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Ex Ilva, Baku si ritira: Taranto a rischio e decarbonizzazione

- di: Marta Giannoni
 
Ex Ilva, Baku si ritira: Taranto a rischio e decarbonizzazione
Ex Ilva, Baku si ritira: Taranto a rischio e decarbonizzazione
Tra garanzie pubbliche e scontro locale, il futuro dell’acciaio green resta in bilico.

(Foto: tavolo del Governo sull’Ilva ).

Il clamoroso dietrofront dell’Azerbaijan Investment Company con Baku Steel — il loro disimpegno dalla partita per l’ex Ilva — riduce sensibilmente la possibilità di una cessione unitaria di Acciaierie d’Italia. In corsa restano Jindal Steel International e Bedrock Industries, con cui i commissari straordinari stanno proseguendo il confronto in cerca di un perimetro industriale credibile.

Scadenze in bilico

Le offerte vincolanti erano attese per il 15 settembre, ma il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha aperto alla proroga qualora i proponenti ne facciano richiesta. Pesano i paletti alla decarbonizzazione fissati dal governo: obiettivi ravvicinati, tempi stretti e un quadro tecnico che richiede documentazione robusta.

Il nodo rigassificatore

Il progetto di installare a Taranto una nave rigassificatrice per alimentare il polo del preridotto (DRI) ha incontrato una opposizione netta sul territorio. In assenza dell’approdo, prende quota l’ipotesi di collocare il polo DRI a Gioia Tauro, con conseguenze dirette sul baricentro energetico della transizione e sulla tenuta industriale del sito ionico.

Ministero e territorio

Il governo spinge per un piano di decarbonizzazione integrale e per una rapida esecuzione degli interventi. Dal territorio, invece, arrivano richieste di garanzie ambientali e chiarezza sugli investimenti, in un equilibrio difficile tra sicurezza energetica, continuità produttiva e accettabilità sociale delle scelte.

Sindacati in allarme

La Fim Cisl denuncia che Taranto paga ritardi, assenza di strategia e uno stallo sulle bonifiche, chiedendo un progetto condiviso che restituisca alla città un ruolo da protagonista. L’Usb sostiene che, a fronte di maxi-garanzie pubbliche stimate tra 800 milioni e 1 miliardo, lo Stato dovrebbe assumere il controllo diretto degli asset, avviando una vera nazionalizzazione.

Ambiente e proteste

Confindustria Taranto sollecita chiarezza su occupazione, investimenti e indotto, mentre i movimenti ambientalisti annunciano una mobilitazione davanti al Comune il 16 settembre, invitando l’amministrazione a ricorrere contro l’AIA. La città si muove fra salute, lavoro e transizione, con una frattura che resta aperta.

Unità o spezzatino

La vendita dell’ex Ilva potrebbe materializzarsi come pacchetto unico oppure come spezzatino: cessione separata dei poli del Nord (Genova, Novi Ligure, Racconigi) e di Taranto, oppure il solo sito ionico. La scelta dipenderà dalla qualità dei piani industriali, dalla capacità d’investimento e dal grado di impegno sulla decarbonizzazione che gli offerenti si diranno pronti a sottoscrivere.

Una transizione in equilibrio precario

La partita dell’ex Ilva è emblematica: investitori che valutano i rischi, governo che alza l’asticella degli obiettivi green, istituzioni locali divise e una comunità che chiede lavoro, salute e alternative credibili. Il nodo del rigassificatore è il simbolo di una domanda più profonda: “come realizzare la transizione ecologica in un’area che ha già pagato un prezzo sociale e ambientale elevato, senza disperdere occupazione e saperi industriali?”

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