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Europa: cittadini o sudditi?

- di: Massimiliano Lombardo

Si avvicinano le elezioni europee, in un quadro che si addensa di incertezze e di timori, soprattutto in Italia ma anche in molti Stati membri. Così che quello che tradizionalmente è considerato un appuntamento di secondo piano nelle agende politiche nazionali, un tema ritenuto quasi da addetti ai lavori e sostanzialmente trascurato dalla comunicazione di massa, andrà nei prossimi mesi sempre più assumendo i toni ed i contorni di un giudizio finale, un redde rationem tra i cosiddetti “sovranisti” e gli “europeisti”, una sorta di armageddon da cui, dopo oltre mezzo secolo di crescita e benessere, potrà uscire salva o gravemente compromessa la prosperità e la pace sociale, se non dell’Europa intera quanto meno dell’Italia, che della catena europea torna oggi ad essere rappresentata come l’anello più debole.
P
uò sembrare un’iperbole, una esagerata rappresentazione della realtà, ma questi sono tempi in cui, come diceva Oscar Wilde, “niente ottiene successo come l’eccesso”.
Del resto lo scontro politico ci ha abituato nell’ultimo periodo all’utilizzo di toni apocalittici per screditare l’altrui proposta ed esaltare o magnificare gli effetti salvifici della propria, riducendo gli argomenti di confronto ad una divisione tra bene e male. Una moderna rifioritura del Manicheismo, visione della realtà divisa tra due principi opposti ed in lotta tra loro. Come se un virus di spregiudicato esercizio del potere (o meglio dei mezzi di comunicazione necessari per accaparrarsi il potere) si fosse ormai diffuso ed avesse contagiato il mondo occidentale: dalle elezioni in USA, al referendum su Brexit, all’Europa e all’Italia, i cittadini vengono incitati a schierarsi da una parte o dall’altra sulla base dell’adesione a slogan semplici, diretti ed immediati (rispetto ai quali spesso è difficile trovarsi in disaccordo, come l’America First di Trump e i suoi epigoni italiani), e non sulla base di un’analisi ragionata della realtà e della complessità di società articolate come le nostre. 
Da questo perenne clima da stadio o da arena, nella realtà digitale aumentata dei social media, nessuna delle democrazie più avanzate pare oggi immune, tanto da mettere in crisi il concetto moderno di democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
Seguendo questo flusso anche un evento moderato come le elezioni europee si appresta a diventare terreno di scontro letale, tra coloro che vogliono un’Europa dei popoli contro un’Europa delle istituzioni; come se le due cose fossero tra loro inconciliabili.
Viene spesso propagandata l’idea per cui solo nella cosiddetta Europa dei popoli si è veramente cittadini, mentre in un’Europa delle istituzioni si resterebbe irrimediabilmente sudditi.
Questa visione tende ad ignorare che, in qualunque sistema democratico, il popolo non può che esprimere la propria volontà all’interno delle istituzioni; è così sin dall’esperienza fondativa della polis greca, dove la partecipazione democratica del popolo - indipendentemente dalla forma diretta o elettiva - si esprimeva comunque all’interno delle istituzioni.
E quindi, a ben vedere, la contrapposizione non è tra popolo e istituzione, ma tra partecipazione ed astensione. Difatti il vocabolario Treccani dà la seguente definizione di suddito: “ogni soggetto che si trova in condizione di dipendenza dalla sovranità dello stato; in particolare, e in antitesi a cittadino, il soggetto che dipende dalla sovranità dello stato senza esserne membro”. La differenza dunque la fa l’essere o meno parte attiva di una comunità. 
Il divario principale tra i sovranisti e gli europeisti sta in questo, nel diverso sentimento che genera l’appartenenza all’Unione Europea: i primi si sentono sudditi di questa Europa e pertanto vorrebbero liberarsi dal giogo, i secondi si sentono invece cittadini e vogliono continuare a partecipare alla costruzione, ed anche alla ristrutturazione, della casa comune.
Ora, che ci sia bisogno di una massiccia ristrutturazione della costruzione europea, è evidente; lo scontento diffuso in Italia per le politiche di austerità imposte dall’UE, così come per la cattiva (ed egoistica) gestione di una questione epocale e sottovalutata quale quella dei flussi migratori - i due problemi principali percepiti dall’opinione pubblica, che sarebbero pienamente risolvibili con una chiara volontà politica comune -, mettono in ombra i meriti assoluti ottenuti grazie all’appartenenza ad una Unione che ha assicurato per oltre settant’anni pace tra Stati che erano sempre stati in guerra tra loro, un grande mercato comune e di libero scambio, la stabilità di una moneta unica che ha messo al riparo i bilanci nazionali (quello italiano in primo luogo) e i risparmi delle famiglie dagli effetti nefasti di un’altalena dei tassi di interesse e di inflazione, che nel decennio di crisi finanziarie vi sarebbero stati - per il nostro Paese in primis - senza l’ombrello comunitario.
La costruzione è rimasta incompleta e richiederebbe seri interventi di completamento (basti pensare all’unione finanziaria, economica e fiscale, alla gestione comune delle frontiere, alla solidarietà tra Stati), ma da qui ad auspicarne l’abbattimento, ne corre. E non v’è dubbio che la ristrutturazione si possa e si debba fare dall’interno della casa, promossa da popoli che rimangono nelle istituzioni. L’alternativa di chi pur senza dichiararlo apertamente propugna il distacco come liberazione, fonte di “magnifiche sorti e progressive”, sarebbe un rimedio peggiore del male, portando ad un futuro di incognite ed instabilità (Brexit docet).
E’ ormai chiaro che il più grave vulnus delle democrazie occidentali sia la crisi di fiducia verso le istituzioni, la quale altro non è che l’effetto diretto della principale minaccia al benessere sociale ed alla qualità della vita degli individui: la precarietà, che genera paura ed insicurezza (sia economica che sociale). E’ un dato di fatto che la fiducia nelle istituzioni segua in maniera inversamente proporzionale l’aumento della precarietà indotta dalla crisi economica: ciò è dimostrato dal fatto che l’indice di fiducia nell’Unione Europea, che attualmente è rilevato nel 38%, 10 anni fa nel 2008, prima della crisi, era del 75%.
Un recente sondaggio di Eurobarometro ha rivelato che oggi solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nella Ue in un ipotetico referendum (il 24% vorrebbe uscire, il 32% non sa). La buona notizia è che sia solo una minoranza quella che aspira ad uscire; la cattiva notizia è che non sia una maggioranza quella convinta di rimanere.
In questa prospettiva, il passaggio delle prossime elezioni europee può assumere allora effettivamente un carattere epocale, un indice rivelatore della direzione che il desiderio innegabile di cambiamento, sempre più presente negli elettorati, imprimerà per gli anni a venire non solo nelle politiche europee ma anche in quelle nazionali, che nolens volens alle prime sono inscindibilmente legate.
L’esito della partita, se ci attenda un futuro da cittadini o da sudditi, è in gran parte proprio nelle mani di quel terzo circa che non intende partecipare e vorrebbe astenersi dal prendere una posizione; ricordando che, in questa partitura, non può valere l’adagio cantato dal duca di Mantova nel Rigoletto, “questa o quella per me pari sono”. 

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