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Tremonti scuote Bruxelles: “Così l’Europa fa la fine di Detroit”

- di: Bruno Coletta
 
Tremonti scuote Bruxelles: “Così l’Europa fa la fine di Detroit”
L’ex ministro avverte: la povertà non è un fantasma, è tornata. E ha votato. “Serve un’Europa che agisca come Stato. O il caos ci travolgerà”.
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Una voce dal passato che brucia nel presente
Giulio Tremonti, già ministro delle Finanze e oggi presidente della Commissione Esteri della Camera, irrompe nel dibattito europeo con la lucidità amara di chi aveva previsto tutto. “Il fantasma della povertà si è risvegliato – dice – e ha preso un biglietto di sola andata per la Casa Bianca, passando dalle mani callose dell’operaio di Detroit”. È un’immagine potente, quasi cinematografica, ma non c’è nulla di teatrale: è la diagnosi cruda di un sistema globale che sta implodendo.

Il mercato? Una religione finita nel caos
Intervistato da Repubblica, Tremonti mette in fila una narrazione che diventa atto d’accusa: “Siamo passati dall’utopia del mercatismo all’anarchia. Pensavamo che il mercato si autoregolasse. Invece, senza regole, ha perso ogni rotta”. È qui che l’Europa, per lui, ha un’ultima carta: comportarsi da Stato. “Nel commercio estero ha competenza esclusiva. Usiamola. È l’unica vera forza che ci resta”.

Detroit, WTO, la Cina: tre fantasmi in un libro
Tremonti richiama un percorso iniziato nel 1994, con la nascita del WTO, e culminato nel 2001 con l’ingresso della Cina. “Tutto troppo veloce – osserva – nessuna società può reggere a uno shock simile senza sbandare. Lo scrissi già ne Il fantasma della povertà, vent’anni prima che Vance raccontasse l’America degli sconfitti in Hillbilly Elegy”. Oggi, secondo lui, quel fantasma non solo è tornato: “Ha preso coscienza di sé. E vota”.

La proposta: tre gambe per un nuovo tavolo
Nell’analisi di Tremonti c’è anche una via d’uscita: riscrivere le regole, partendo dal cuore del sistema multilaterale. “Anche il WTO, che pure è il tempio della globalizzazione, ha una regola base: la clausola della nazione più favorita. Se offri vantaggi a uno, li devi estendere a tutti. Ma oggi non basta. Serve un tavolo nuovo, e deve poggiare su tre gambe: Stati Uniti, Europa e Cina”.

Parigi, Berlino e Roma: il rischio della paralisi
Dietro le parole di Tremonti si intravede un’altra denuncia: quella contro la timidezza delle capitali europee. Mentre l’America alza muri commerciali e la Cina stringe patti alternativi, l’Europa resta prigioniera di procedure, veti e burocrazia. “Non abbiamo più il lusso del tempo”, è il sottotesto. Per lui, l’unica vera politica industriale oggi è una politica commerciale forte, integrata e assertiva. Come uno Stato. O come una potenza.

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