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Cina, l’inflazione rialza la testa ma la deflazione industriale pesa

- di: Jole Rosati
 
Cina, l’inflazione rialza la testa ma la deflazione industriale pesa
Dopo 4 mesi sotto zero, i prezzi al consumo tornano positivi. Ma la caduta dei prezzi alla produzione (-3,6%) lancia l’allarme: la ripresa cinese resta fragile.

Segnali misti da Pechino: una ripresa a metà

Il mese di giugno ha portato un lieve, ma simbolico, cambio di rotta per l’economia cinese. Dopo quattro mesi consecutivi di inflazione negativa, i prezzi al consumo sono tornati in territorio positivo, salendo dello 0,1% su base annua. È un segnale atteso da tempo, dopo mesi di preoccupazioni sulla domanda interna troppo debole.

Tuttavia, non è una svolta risolutiva: il dato mensile è ancora in calo (-0,1%) e i prezzi alla produzione continuano a sprofondare, toccando il -3,6%, il peggior risultato da luglio 2023.

I dati raccontano una ripresa in chiaroscuro: se da un lato si intravede una flebile reazione dei consumatori, dall’altro l’apparato produttivo continua a essere schiacciato dalla deflazione e dai contraccolpi delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

Il ritorno dell’inflazione (ma appena percettibile)

Il Consumer Price Index (CPI) di giugno si è attestato a +0,1% rispetto allo stesso mese del 2024, battendo le aspettative di un dato invariato. A maggio l’inflazione era ancora negativa (-0,1%).

La notizia ha generato reazioni contrastanti sulle borse asiatiche. “Il segnale è positivo, ma molto debole. Non possiamo ancora parlare di un’inversione di tendenza solida”, ha commentato Zhiwei Zhang, capo economista di Pinpoint Asset Management.

Su base mensile, i prezzi sono ancora in lieve calo (-0,1%), segno che la spinta ai consumi resta insufficiente nonostante i piani di stimolo del governo: sussidi mirati per le famiglie e incentivi per l’acquisto di auto elettriche e beni durevoli.

Crollano i prezzi alla produzione: l’industria sotto pressione

Il lato industriale lancia segnali preoccupanti. Il Producer Price Index (PPI) ha registrato una caduta del 3,6% su base annua, in peggioramento rispetto a maggio (-3,3%).

È il 33esimo mese consecutivo di calo dei prezzi alla produzione, una dinamica che rivela debolezze strutturali del manifatturiero cinese. Il dato è peggiore delle attese e riaccende i timori su una possibile “trappola deflattiva”.

Le cause sono molteplici: domanda estera fiacca, dazi americani rafforzati e margini ridotti in settori chiave come acciaio, componenti elettronici ed energia.

Il nodo delle esportazioni e la sfida dei dazi Usa

Il rallentamento dei prezzi alla produzione riflette anche le difficoltà sui mercati globali. Le esportazioni sono cresciute di appena 0,4% a giugno, mentre le importazioni sono calate del 2,1%, segnalando una domanda interna ancora debole.

Il vero fattore destabilizzante resta il conflitto commerciale con gli Stati Uniti. Da marzo 2025, con la nuova ondata di dazi voluta da Donald Trump, le esportazioni tecnologiche cinesi hanno subito un duro colpo. “I dazi hanno colpito direttamente le filiere produttive cinesi, e il loro effetto comincia a emergere con chiarezza nelle statistiche di giugno”, ha spiegato Wang Tao, capo economista per la Cina di UBS.

Il rischio stagnazione e la reazione del governo

Consapevoli dei rischi, le autorità cinesi stanno accelerando sulle politiche espansive. La Banca Popolare di Cina ha annunciato un taglio del coefficiente di riserva obbligatoria per le banche minori, così da aumentare la liquidità a disposizione delle PMI.

È inoltre in preparazione un nuovo piano di investimenti pubblici da 500 miliardi di yuan, destinato a edilizia, trasporti e innovazione tecnologica.

Ma non mancano le voci critiche. “Se lo Stato continua a inondare il sistema di denaro pubblico senza riforme strutturali vere, rischiamo solo di guadagnare tempo, non di risolvere i problemi”, ha avvertito l’economista indipendente Chen Long.

Consumatori indecisi, giovani preoccupati

Dietro i numeri si nasconde un malessere generazionale. La disoccupazione urbana tra gli under 25 è ancora sopra il 14%. Anche con i prezzi bassi, molti giovani esitano a spendere.

“Non si tratta solo di risparmio. È incertezza sul futuro, sulla stabilità del lavoro e sulle prospettive familiari”, spiega Fan Ziyang, sociologo della Renmin University.

Un equilibrio instabile

I dati di giugno offrono alla Cina un piccolo sospiro, ma non cancellano le fragilità strutturali della seconda economia del mondo. L’inflazione al consumo si risveglia appena, mentre la deflazione industriale morde più forte.

La ripresa resta appesa a consumi incerti, investimenti frenati e un contesto internazionale ostile. Per Pechino, la vera sfida non è solo rialzare i prezzi, ma ristabilire la fiducia. E il tempo per farlo potrebbe scarseggiare.

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