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Dazi Usa sulla Groenlandia, Meloni prova a frenare Trump e chiama Nato

- di: Vittorio Massi
 
Dazi Usa sulla Groenlandia, Meloni prova a frenare Trump e chiama Nato
 
Meloni rompe il silenzio da Seul: i dazi Usa sulla Groenlandia sono “un errore”, l’Italia spinge per la Nato e prova a fermare l’escalation tra Washington e Bruxelles.

(Foto: Meloni in un incontro con Trump a Washington).

 
Da Seoul, con l’ultima tappa asiatica ancora addosso e l’Europa che si scalda, Giorgia Meloni sceglie una parola che di solito evita quando parla di Donald Trump: errore. Il tema è l’annuncio di nuovi dazi americani contro alcuni Paesi europei coinvolti nelle attività militari in Groenlandia: una mossa che rischia di trasformare il gelo artico in una febbre commerciale, e una frizione Nato in una crisi politica a tutto campo.

"L’aumento dei dazi è un errore e non lo condivido", è la sostanza del messaggio che la premier fa filtrare con nettezza. La cornice è chiara: evitare che la partita diventi un braccio di ferro tra Washington e Bruxelles, con l’Italia schiacciata nel mezzo e costretta a scegliere tra fedeltà atlantica e solidarietà europea.

Il detonatore è la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, da settimane tornato al centro delle ambizioni americane. Secondo quanto riportato da più fonti internazionali, Trump ha collegato l’ipotesi di tariffe a un messaggio politico: i Paesi che “ostacolano” la prospettiva di un controllo statunitense dell’isola finirebbero nel mirino commerciale, con un aumento progressivo (dal 1 febbraio 2026 un extra-dazio e poi un salto ulteriore a inizio estate). Non è solo economia: è geopolitica servita con il cucchiaino del commercio.

Gli Stati indicati come potenzialmente colpiti sono otto: Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito. Il collegamento, spiegano diversi resoconti, riguarda la partecipazione di personale militare a un’esercitazione in Groenlandia e alla più ampia discussione sulla sicurezza dell’Artico.

Qui entra la scommessa di Meloni: spostare il dossier dalla logica bilaterale (Europa contro Usa) a una logica di alleanza. La premier insiste su un punto: se l’Artico è strategico, allora la sede naturale è la Nato. Non una gara tra capitali, ma una cornice comune che consenta deterrenza e coordinamento senza trasformare ogni pattuglia in un incidente diplomatico.

"È la Nato il luogo nel quale dobbiamo organizzarci per la deterrenza in un territorio strategico", è il senso del ragionamento. Un modo anche per disinnescare l’etichetta più tossica: l’idea che le mosse europee siano “anti-americane”. Meloni ribalta la lettura: l’intenzione è proteggere un quadrante che preoccupa tutti, perché a muoversi nel Grande Nord non sono fantasmi ma potenze reali, dalla Russia alla Cina.

Nel retroscena, però, c’è una contraddizione che brucia: l’esercitazione citata in diversi report viene descritta come un’iniziativa guidata da Danimarca e partner europei, non necessariamente una missione Nato “in senso stretto”. Proprio per questo, l’idea italiana è trasformare l’energia dispersa in una regia condivisa: se si mette il timbro Nato, la scena cambia. E cambiano anche gli argomenti a disposizione di Trump per presentare l’Europa come un blocco ostile.

Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, Meloni ha avuto contatti sia con Trump sia con il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Il messaggio è doppio: a Washington l’Italia chiede di non scambiare le manovre per una provocazione; all’Alleanza chiede di accelerare, perché la sensazione è che il dossier stia scappando di mano, mentre a Bruxelles si discute di una linea comune e di una possibile risposta.

Le reazioni nel campo europeo, intanto, sono state tutt’altro che morbide. Il ministro degli Esteri dei Paesi Bassi, David van Weel, ha bollato il collegamento tra Groenlandia e dazi come una forma di pressione impropria, mentre in Francia Emmanuel Macron ha respinto l’idea che “l’intimidazione” possa cambiare la posizione europea. Anche da Londra sono arrivate prese di posizione pubbliche, con un coordinamento tra leader per evitare che la vicenda venga trattata come una somma di problemi nazionali anziché come una crisi transatlantica.

In mezzo c’è un dato che spiega perché tutti parlino di Groenlandia come di una “chiave”: l’isola è un perno logistico e militare e ospita una presenza americana storica. La base di Pituffik (nota per decenni come Thule) è uno snodo per sistemi di allerta e sorveglianza, e ricade nel perimetro di accordi che regolano la presenza Usa sul territorio groenlandese sotto sovranità danese. In altre parole: Washington è già lì, da tempo. È questo che rende politicamente esplosiva l’idea di condizionare gli alleati con i dazi, come se l’Artico fosse un tavolo di poker e non un’architettura di sicurezza condivisa.

L’Italia prova a tenere insieme due esigenze che spesso si scontrano: non rompere con Trump e non restare isolata in Europa. Ma a Roma la politica interna ha già fiutato sangue. La segretaria del Pd Elly Schlein ha chiesto una posizione più esplicita sulla sovranità, sostenendo che il punto non è solo la tariffa, ma il principio: la Groenlandia “non si tocca”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, invece, ha scelto la postura del mediatore: dialogo, buonsenso, de-escalation. Tradotto: evitare che la miccia artica arrivi alla polveriera commerciale.

"Serve parlarsi, in questa fase è fondamentale", è la linea che emerge dai ragionamenti di queste ore. E non è un dettaglio, perché la macchina Ue sul commercio può reagire rapidamente, mentre ogni risposta a caldo rischia di consolidare la narrativa dello scontro: l’Europa contro l’America, e viceversa. Meloni prova a fermare la spirale prima che diventi irreversibile.

In questo scenario, un secondo dossier rischia di passare in sordina: Gaza. Da Seul, Meloni ha segnalato che l’Italia è stata invitata a partecipare al Board of Peace, l’organismo promosso dagli Stati Uniti per la fase politica e di ricostruzione. "Siamo pronti a fare la nostra parte", è il senso dell’annuncio, con l’idea che Roma possa ritagliarsi un ruolo visibile in un meccanismo che punta a dare forma alla governance del dopoguerra.

Il Board, però, è già circondato da frizioni. Diversi resoconti internazionali lo descrivono come un’iniziativa ambiziosa e controversa: una struttura multilivello, con un nucleo esecutivo che include figure come Marco Rubio, Jared Kushner e Tony Blair, e con inviti spediti a Paesi della regione e non solo. In Israele, secondo ricostruzioni della stampa estera, settori della maggioranza hanno criticato l’impianto e alcuni nomi, mentre varie capitali valutano il perimetro legale e politico dell’adesione.

Morale: tra Artico e Medio Oriente, la diplomazia italiana si trova davanti a un bivio di stile prima ancora che di sostanza. Nel caso Groenlandia, la scelta è “Nato o caos”: incanalare la tensione in un alveo alleato, o lasciare che diventi una guerra di nervi a colpi di dazi. Nel caso Gaza, la scommessa è “presenza o irrilevanza”: sedersi al tavolo e influire, oppure restare spettatori mentre altri disegnano l’assetto del dopo.

La giornata di Meloni a Seul, insomma, racconta una verità semplice: la politica estera non è più una rubrica separata. È entrata nella cassetta degli attrezzi della politica interna, nei listini dell’economia e perfino nelle mappe mentali degli elettori. E la Groenlandia — fino a ieri sinonimo di ghiaccio e distanza — oggi è diventata un luogo dove si misura la temperatura dell’Occidente.

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