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Cina, fabbriche in apnea: quinto mese di calo del manifatturiero

- di: Vittorio Massi
 
Cina, fabbriche in apnea: quinto mese di calo del manifatturiero
L’indice Pmi resta sotto quota 50: industria in contrazione, ma produzione e fiducia danno qualche segnale positivo. Tensioni con Washington, crisi immobiliare e alluvioni pesano sulla seconda economia mondiale.

Un agosto che sa di ossigeno corto

Il dragone continua a respirare a fatica. Nel mese di agosto 2025, il settore manifatturiero cinese ha registrato il quinto mese consecutivo di contrazione, con l’indice Pmi ufficiale a 49,4 punti, appena sopra il 49,3 di luglio ma ancora al di sotto della soglia 50 che separa crescita da recessione.

L’ultimo mese in cui la manifattura era rimasta in territorio positivo risale a marzo. Da allora, una combinazione di debolezza della domanda interna, crisi immobiliare, tensioni con gli Stati Uniti ed eventi climatici estremi ha reso più difficile mantenere il passo.

Dietro i numeri: produzione in rialzo, ordini in affanno

Il quadro, però, non è monocolore. Il sottoindice della produzione industriale è salito a 50,8, confermando una dinamica espansiva per il quarto mese consecutivo. Segnali incoraggianti arrivano anche dai comparti ad alta tecnologia, in crescita, e dai macchinari, tornati sopra la linea di galleggiamento.

Diverso il discorso per i nuovi ordini, fermi sotto quota 50: segno che la domanda, sia domestica che internazionale, resta ancora debole. In questa fase, come avvertono diversi economisti, l’andamento dei prossimi mesi dipenderà da esportazioni e sostegno fiscale. Come ha commentato Zhiwei Zhang, presidente e chief economist di Pinpoint Asset Management: “L’andamento per il resto dell’anno dipenderà dalle esportazioni e dagli stimoli fiscali nel quarto trimestre”.

Servizi e costruzioni tengono la barra dritta

Al di fuori delle fabbriche, l’economia mostra qualche resistenza. Il Pmi di servizi e costruzioni è risalito sopra 50, mentre il Pmi composito (manifattura più servizi) ha mantenuto un profilo moderatamente espansivo. Segnali sottili, ma sufficienti a evitare che l’intera macchina economica finisca in stallo.

I pesi che frenano pechino

Nonostante i barlumi di ripresa, la lista dei problemi è impegnativa e non ammette sconti:

  • Immobiliare in crisi: il settore continua a trascinare verso il basso consumi e fiducia.
  • Disoccupazione urbana: il tasso è tornato a salire, segnale di una domanda di lavoro ancora fragile.
  • Debiti degli enti locali: margini fiscali ridotti e bisogno di coordinamento centrale.
  • Tensioni commerciali con Washington: tregue e rinvii non sciolgono l’incertezza su dazi e regole.
  • Alluvioni ed eventi climatici estremi: danni miliardari a infrastrutture e produzione, con ripercussioni sulle catene di fornitura.

Le voci ufficiali

Lo statistico Zhao Qinghe dell’Ufficio nazionale di statistica ha sottolineato la parte piena del bicchiere: “Il clima economico è migliorato e la fiducia delle imprese sta crescendo”. Una valutazione che riflette, in particolare, la tenuta di alcuni comparti strategici e il recupero delle aspettative.

Più prudente la lettura di molti analisti internazionali, che avvertono: senza una ripresa stabile della domanda estera e un rafforzamento degli stimoli interni, la Cina rischia di restare intrappolata in una crescita anemica, con riflessi sull’economia globale.

Un autunno decisivo

L’estate si chiude con un dato che racconta un Paese in apnea: la manifattura non respira ancora a pieni polmoni, ma la produzione mostra segni vitali e la fiducia non cede. L’autunno sarà la prova del nove: se Pechino riuscirà a conciliare stimoli fiscali, stabilizzazione del settore immobiliare e nuove aperture commerciali, la contrazione potrà attenuarsi. Altrimenti, il dragone rischia un inverno lungo e difficile.

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