Calcio: il 2020 si porta via anche Paolo Rossi

- di: Diego Minuti
 
Con la morte di Paolo Rossi, stroncato a 64 anni da un male incurabile che lo stava perseguitando da qualche mese, se ne va un pezzo di quell'Italia apparentemente felice che, negli anni '80, intorno alla nazionale di calcio aveva ritrovato un senso di comunanza che sembrava perso a causa della lunga stagione del terrorismo.

Paolo Rossi incarnava un sogno, quello delle persone normali che, vendendolo muoversi con agilità in area circondato da difensori molto più grossi di lui, che di muscoli ne aveva veramente pochi, lo avevano eletto a simbolo dell'uomo normale, quello che fa valere il cervello prima ancora che il corpo. Nel mondiale di Spagna del 1982, riuscì a portare per mano l'Italia sino in finale, con quei gol che lo catapultarono all'attenzione dell'intero pianeta calcio, smentendo chi ne aveva pronosticato il fallimento perché il ct azzurro, Enzo Bearzot, lo aveva voluto nonostante il calciatore fosse reduce da un lungo stop (due anni) per una faccenda di scommesse legate alle partite, accusa da lui sempre respinta.

Un calciatore atipico, che sembrava guardare con indolenza le azioni che gli si svolgevano accanto, ma che, nelle torride settimane del Mondiale, trovò la concentrazione per capitalizzare ogni potenziale occasione, tramutandola in gol. Non "grandi gol", non colpi da lontano o azioni travolgenti in solitario. Ma semplici gol, come quelli che faceva un altro grande centroavanti, il tedesco (allora occidentale) Gerd Muller, quello appunto dei piccoli gol, tutti realizzati da dentro l'area. Ma, a differenza di Muller, che aveva due gambe come tronchi, Paolo Rossi incarnava la leggerezza, ma, insieme, la ferocia con cui si gettava su ogni palla che solo per lui poteva tramutarsi in gol.

Nella sua carriera ha vestito le maglie del Vicenza, della Juventus (il suo periodo migliore), del Milan e, al tramonto, anche del Verona, inseguito dalla fama di goleador gentile.
Una volta chiuso con il calcio giocato, ha avviato una carriera di commentatore televisivo, in cui ha saputo farsi apprezzare, a differenza di altri ex colleghi, che non hanno mai imitato il suo stile, il suo equilibrio, il suo dire senza dovere necessariamente offendere o provocare.

Dire la propria, senza alzare la voce. Una voce che in campo non si sentiva nemmeno in campo. Gli bastava guardare negli occhi i compagni per capire dove la palla sarebbe arrivata e, quindi, farsi trovare lì, pronto a metterla in rete o, almeno, a tentarci. Un goleador - col pallone come con le parole - come pochi.
Il Magazine
Italia Informa n°6 - Novembre/Dicembre 2022
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