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Berlusconi chiede le dimissioni di Mattarella se passa il presidenzialismo

- di: Diego Minuti
 
Berlusconi chiede le dimissioni di Mattarella se passa il presidenzialismo
Non vogliamo nemmeno immaginare la faccia di Giorgia Meloni (e forse anche di Matteo Salvini) nel leggere l'ennesima esternazione elettorale di Silvio Berlusconi. Ma questa volta le parole del presidente di Forza Italia - non toccando pensioni, dentiere e altre cose del genere - sembrano squarciare il velo di ipocrisia che aleggiava sulla campagna elettorale di Berlusconi che, prendendola abbastanza alla larga, ha detto che, in caso di modifica della Costituzione in senso presidenziale, Sergio Mattarella dovrebbe dimettersi.

Berlusconi: "Se passa il presidenzialismo, Mattarella dovrebbe dimettersi"

Ora solo i ciechi di Bruegel non capirebbero che l'affermazione di Berlusconi porta in sé le scorie della rabbia che ancora cova dopo avere coltivato il sogno d'essere eletto al Quirinale. Un sogno svanito ben prima dell'alba che portò alla riconferma di Mattarella alla massima carica dello Stato.
Non è facile tirare le somme delle parole, spesso in libertà, che Berlusconi ha seminato in questa campagna elettorale, alcune delle quali - peraltro importanti quanto affatto scontate - hanno riconosciuto la statura politica di Giorgia Meloni e, contestualmente, la fondatezza della sua ambizione ad andare a Palazzo Chigi, se Fratelli d'Italia risultasse il partito più forte di una coalizione vincente.

Ma queste sul presidenzialismo sono molto pesanti perché rischiano di coinvolgere, loro malgrado, gli alleati che, in questo momento, a tutto possono pensare fuorché a cominciare una battaglia, sia pure subliminale, con un presidente della Repubblica che, mai come in questi anni, ha fatto valere la sua funzione di garanzia.
''Se la riforma entrasse in vigore sarebbero necessarie le dimissioni'' di Mattarella, ha detto Berlusconi, ''per andare all’elezione diretta di un capo dello Stato che, guarda caso, potrebbe essere anche lui''.

Una chiosa abbastanza ambigua, per dire che il ragionamento è assolutamente generale e parte dal presupposto che la volontà della maggioranza politica del Paese deve essere cogente sui mandati presidenziali e sulle prerogative del presidente.
Il problema, comunque, non è affatto politico (in senso ideologico) o, se più aggrada, costituzionale.
Tutto sta nel peso che le affermazioni del leader di uno dei tra partiti maggiori della coalizione possono avere nell'insieme di una campagna elettorale che sembra avere perso di vista il senso della misura.

Come appunto confermato dalla parole di Silvio Berlusconi, che parrebbe considerare la figura del presidente della repubblica come la somma di un consenso elettorale. Dimenticando, poi, che egli - come sancito dalla Costituzione - è un garante, un super partes, che rappresenta l'unità nazionale.
Allora, come Berlusconi ritiene di potere risolvere la evidente contraddizione dal considerare, nel caso di modifica della Costituzione in senso presidenziale, il presidente come ''politico'' (cioè eletto da una maggioranza politica) e non più garante?

Perché garante, nell'accezione più totale della parola, forse avrebbe difficoltà a considerarsi se la sua elezione avvenisse dopo le dimissioni del presidente in carica e quindi come effetto della forte richiesta che dovrebbe arrivare dalla nuova maggioranza politica del Paese.
In un'Italia che mai come oggi è alla ricerca di temi e valori che l'aiutino a tornare un Paese bello e vivibile, l'affermazione di Berlusconi appare come una mina lasciata in mare aperto, contro il quale possono andare a cozzare, e quindi calare a picco, navi di tutti i tipi e bandiere.

Perché, a rifletterci, la sortita di Berlusconi ha dato alla sinistra - in perenne apnea di contenuti - un argomento per attaccare. Ma se altri argomenti possono apparire strumentali, questo rischia (per il centro-destra di Meloni e Salvini) qualcosa su cui difendersi, pur non condividendone i contenuti.
Certo il paracadute si trova sempre (come il ''sono stato frainteso'', formuletta alla quale ricorrono i politici costretti a difendersi pur di non rimangiarsi una frase malaccorta).
Questa volta però la speranza o l'auspicio potrebbero avere tradito il pensiero.
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