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Centri in Albania trasformati in CPR? L’ultima ipotesi del governo Meloni

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Centri in Albania trasformati in CPR? L’ultima ipotesi del governo Meloni

La partita sull’accordo Italia-Albania si riapre. I due centri di Shengjin e Gjader, rimasti vuoti dopo le bocciature in serie della magistratura, potrebbero diventare CPR, centri per i rimpatri. È questa l’ipotesi che il governo starebbe valutando per rianimare un progetto che si è rivelato un flop, ma che Giorgia Meloni non è disposta ad archiviare.

Centri in Albania trasformati in CPR? L’ultima ipotesi del governo Meloni

Venerdì scorso, nel corso di una riunione tra la premier, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, l’idea è stata messa sul tavolo: se non possiamo trattenere i migranti per i ricorsi vinti a raffica, allora usiamo i centri per accelerare le espulsioni. La logica è chiara: trasformare Shengjin e Gjader in una sorta di camera di compensazione prima del rimpatrio, evitando così il corto circuito giudiziario che ha smontato il piano originario.

L’intesa con l’Albania, voluta da Meloni e suggellata con il premier Edi Rama a novembre scorso, prevedeva che i due centri ospitassero fino a 3.000 migranti soccorsi in mare dalla Guardia Costiera italiana. Ma i tribunali hanno dichiarato illegittimo il trattenimento, ribadendo che, secondo le leggi europee, l’Italia non può demandare a un Paese terzo la gestione dei richiedenti asilo. Risultato: nessun migrante è stato trasferito oltre Adriatico, e le strutture, costate milioni, sono rimaste deserte.

Il piano B del governo punta su una nuova veste giuridica. Nei CPR, infatti, vengono trattenuti solo coloro che devono essere espulsi, e questo potrebbe aggirare i vincoli imposti dalle Corti italiane. La mossa potrebbe rientrare in un nuovo decreto, che verrebbe discusso in un vertice già fissato per oggi.

Il governo ci prova, ma restano molte incognite. Prima fra tutte, quella del diritto internazionale: anche in questo caso, la detenzione in un Paese terzo potrebbe sollevare profili di illegittimità. E poi c’è l’aspetto logistico: portare in Albania persone da rimpatriare implica accordi con i Paesi di origine e un meccanismo di espulsione rapido, due condizioni che oggi l’Italia fatica a garantire persino nei CPR nazionali.

Intanto, l’opposizione si prepara a dare battaglia. “Un altro tentativo disperato per salvare un’operazione fallimentare”, attacca il PD. Anche le organizzazioni umanitarie promettono ricorsi: “Il governo Meloni continua a giocare con i diritti fondamentali delle persone”, avverte Amnesty International.

Ma la premier non molla. Il dossier Albania è troppo politico per essere abbandonato. E il governo vuole evitare che quei centri restino il monumento all’ennesima strategia fallita.

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