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Quale Stato, dopo la tempesta Coronavirus

- di: Diego Minuti
 

L'abbattersi, sul mondo intero, del corona virus, al di là del pesantissimo pedaggio che ha imposto in termini di vittime e di economie quasi spazzate via, ha riaperto il dibattito sul ruolo dello Stato, ovunque si manifesti, nelle svariate forme di rappresentanza delle istanze dei popoli. Lo Stato, oggi, nel cosiddetto mondo occidentale, si confronta con un profilo che, negli anni, ha dovuto contemperare le esigenze della popolazione amministrata con quelle dell'equilibrio di  bilancio, ormai un totem con cui fare i conti ogni qual volta si manifesta una fase emergenziale, più o meno grave. Ma, si potrebbe dire, c'è Stato e Stato, e questa distinzione - semmai è realmente tale - si basa essenzialmente su come siano stati tenuti i conti pubblici e se, di conseguenza, una emergenza possa essere affrontata meglio grazie alla solidità della situazione finanziaria, piuttosto che economica.
Le misure adottate dal Governo Conte (seppure fortemente contestate dall'opposizione perché ritenute insufficienti e comunque condizionate da un complesso di leggi, leggine, regolamenti e circolari che, sinteticamente, possiamo definire palude burocratica) quanto meno hanno lasciato aperto uno spiraglio di speranza, grazie anche alle risorse messe in campo a sostegno di imprese e famiglie. Che poi il tempo dia ragione al Governo è tutto da vedere. Ma, davanti ad imprese, oggi con i cancelli sbarrati, ma che potrebbero essere costrette alla chiusura definitiva per il deterioramento dell'economia nazionale, lo Stato sta facendo veramente il massimo? E lo stesso sta facendo in favore delle famiglie, anch'esse messe all'angolo della rigide prescrizioni anti-contagio?  Forse è il caso di ricordare come la Francia alla vigilia della Grande Guerra decise di aiutare i giovani ai quali stava chiedendo di indossare la divisa - e forse morire, come accadde per moltissimi -  per difendere la Patria. Il Governo, nel 1914, decise che le famiglie dei militari mandati in trincea non avrebbero pagato il fitto di casa. Una decisione, come ha ricordato qualche giorno fa Le Monde, motivata dal fatto che, per le autorità centrali, moglie e figli dei militari mandati in guerra non dovevano finire per strada, essendo venuto a mancare il reddito del capofamiglia chiamato dalla Patria a difendere i sacri confini nazionali. E, a guerra finita, anziché tornare alla situazione di prima del conflitto, fu deciso di proseguire nel blocco degli affitti. Una situazione che, sostanzialmente a partire dal 1919, pose al centro dell'azione di governo la questione abitativa.In Francia, in questi giorni, si torna a parlare di guerra, anche se il nemico non ha un volto, ma è infido, invisibile e letale.''Le trincee - ha scritto ancora il prestigioso quotidiano francese - oggi non sono più le stesse,  sono i nostri appartamenti e le nostre case che ci tengono confinati sino alla fine della 'guerra' contro il virus. Ma, come nel 1914, lo Stato, ancora una volta onnipotente, impone il blocco dell'economia, per salvare vite minacciate, e in cambio fornisce i salari di coloro che non possono più lavorare e aiuti alle imprese ed alle attività commerciali sull'orlo della bancarotta. Cosa succederà quando tornerà la 'pace'? Il potere pubblico emergerà, come dopo ogni test su larga scala, rafforzato nella sua identità e indebolito dal peso di un debito considerevole''. Quindi, in Francia, ma anche in Italia ed in tutti i Paesi ad economia libera, lo Stato ha preso la guida della guerra al virus, ponendosi anche in una futura prospettiva di soggetto che dovrà farsi carico di fare ripartire la macchina produttiva e consolidare l'architettura sociale, senza stravolgere le conquiste determinatesi in decenni di democrazia. Insomma, per dirla come il sociologo Norbert Elias, lo Stato deve riappropriarsi del ruolo di  "unità di sopravvivenza". Laddove - il concetto è espresso dall'economista Xavier Ragot - "l'essenza dello Stato è la sopravvivenza degli individui''. Il nodo da sciogliere, a questo punto, è sino a che punto lo Stato possa rimpossessarsi del ruolo di unico regista della vita del Paese, seppure in una situazione assolutamente anomala, una di quelle che, libri alla mano, si presenta poche volte nella storia degli ultimi secoli. E' forse utile ricordare quel che lo storico Carlo Ginzburg ha detto in una intervista a L'Espresso, in cui ricordando un saggio da lui scritto su Thomas Hobbes (che tradusse le pagine che Tucidite dedicò alla pesta ad Atene) e augurandosi che sua ipotesi non si avveri mai: ''di fronte ad un insostenibile inquinamento ambientale, la specie umana potrebbe essere costretta ad assoggettarsi a un potere ancora più pervasivo e schiacciante di quello dello Stato-Leviatano, per soccorrere una natura guasta e vulnerata''. Una ipotesi estrema, ma che si intravede all'orizzonte di una fase della Storia che sta mettendo alla prova l'Umanità  intera. 

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