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Napoli novantanove, una fondazione a sostegno della cultura e del patrimonio

- di: Francesco d'Alfonso

Nata a Napoli nell’ottobre 1984 su iniziativa dei coniugi Maurizio e Mirella Barracco, la Fondazione Napoli Novantanove è un’istituzione privata costituitasi con l’obiettivo prioritario di contribuire alla conoscenza, alla promozione e alla valorizzazione del patrimonio culturale di Napoli e del Mezzogiorno. Eretta in Ente Morale con Decreto del Presidente della Repubblica nel 1985, la Fondazione, nei suoi trentacinque anni di attività, ha ricevuto i più prestigiosi premi nazionali per le attività svolte.  Le attività della Fondazione, pur nella loro diversità, sono tutte parte di una intelligente e lungimirante strategia: i restauri – dall’Arco di Trionfo di Alfonso di Aragona alla Quadreria dei Gerolamini, dai Fasti Farnesiani alla statua equestre di Domiziano Nerva – i convegni, le prestigiose pubblicazioni, i progetti speciali, hanno radicato concretamente, nel cuore dei cittadini, la convinzione che il patrimonio culturale è  principio di identità e di coesione, oltre che una nuova fonte di sviluppo e progresso.
Sin dall’anno di costituzione, Napoli Novantanove è presieduta dalla nobildonna Mirella Stampa Barracco, Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, ideatrice e organizzatrice di tutti i progetti che sono stati realizzati e che si realizzano. 

Dottoressa Barracco, il nome innanzitutto: perché Napoli Novantanove?
Quando nacque la Fondazione, il nome voleva essere programmatico, perché si rifaceva al 1799, anno della Rivoluzione partenopea – e molti a questo proposito ridevano, perché la Rivoluzione non durò nemmeno sei mesi – e insieme lanciava lo sguardo verso il futuro, al 1999, al passaggio del secolo quindi: avvenuto anche quello, ora puntiamo al 2099!

Quale è stato il metodo di lavoro che ha portato la Fondazione a registrare così tanti successi?
Innanzitutto abbiamo sempre cercato di essere elastici per dare risposte ai bisogni di Napoli. Siamo partiti con i grandi restauri, cosa molto importante, perché, dopo il terremoto del 1980, nessuno osava più investire sulla città. Col nostro lavoro abbiamo voluto dimostrare che a Napoli si poteva investire bene, correttamente, e che il “ritorno”, per gli sponsor, non sarebbe stato solo di immagine, ma anche sociale. Il lavoro di comunicazione su ogni restauro ha permesso ai napoletani di riscoprire monumenti dimenticati, di cui nessuno conosceva più l’importanza storica, e riportava l’attenzione internazionale su questa città che si svegliava dopo il sisma. Ecco, questo è stato il filo rosso che ha guidato il nostro lavoro. 

Avete incontrato delle difficoltà?
In realtà non ci sono state grosse difficoltà, anche se, quando dicemmo che ci occupavamo di cultura, tanti furono i sorrisini sarcastici: “La cultura a Napoli potrà interessare solo a mille persone – ci dicevano – Non servirà a nulla”. Oggi, invece, siamo diventati un esempio per tutta l’Italia.

Poi cosa è successo?
Subito dopo i restauri abbiamo pensato che bisognasse fare un passo avanti, e abbiamo iniziato con il famoso progetto La scuola adotta un monumento, perché pensavamo fosse necessario lavorare per la costruzione di un senso civico nelle città, attraverso il coinvolgimento degli studenti. Dopo l’esempio di Napoli si è creata una rete di quattrocentocinquanta comuni, da Nord a Sud, che volevano partecipare a questo progetto, e tutti i comuni hanno messo a disposizione risorse e personale perché vedevano che si trattava di un progetto realmente importante.

Un format vincente…
Vincente visti i risultati che si continuano a raggiungere e le parole di ringraziamento e di entusiasmo da parte dei docenti, in un mondo in cui la scuola trova tanta difficoltà a interessare i ragazzi. Attraverso l’“adozione”, i ragazzi studiano il monumento in relazione alla storia della città: noi proponiamo, quindi, un modo diverso di apprendere, che coinvolge attivamente gli studenti. 

Quale obiettivo si pone per i prossimi anni di attività?
Certamente bisogna inventare sempre qualcosa di nuovo: se ai progetti non ci si lavora, succede come alle piante che, se non vengono innaffiate, muoiono.  In quest’ultimo anno stanno cambiando molte cose in Italia e in Europa; ci viene chiesto, ad esempio, di creare una rete nazionale di associazioni che funzionino con lo stesso spirito di Napoli Novantanove, ma non è questo un nostro progetto. Il nostro essere elastici ci porta, necessariamente, a essere attuali, a intercettare, di volta in volta, la cosa giusta da fare. In Calabria, ad esempio, nel 2005 abbiamo creato un museo, che nel 2013 ha aggiunto una sezione, La nave della Sila, dedicata all’immigrazione: dopo un anno, accanto al museo, in un albergo abbandonato, abbiamo accolto centocinquanta migranti “veri”.
In quest’ottica, dunque, il nostro obiettivo è quello di stare sempre al passo coi tempi, di avere costantemente l’attenzione al presente per poter prevedere il futuro.

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