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Intervista a Enrico Cereda, Presidente e Amministratore Delegato di IBM Italia

Definire IBM non è facile vista la vastità del campo d’azione. La stessa definizione, già di per sé larga, di società informatica a nostro parere appare stretta. Lei come definisce IBM? E come sta cambiando il mondo sotto la spinta delle nuove tecnologie?
Nel corso degli ultimi cinque anni, sostenuti dalla convinzione che il fenomeno dei dati avrebbe inciso sullo sviluppo del business e delle nostre vite, IBM ha intrapreso una delle più ambiziose evoluzioni della propria storia. Questa fase può dirsi compiuta e oggi il nostro posizionamento si esprime con capacità uniche nelle aree dell’Intelligenza artificiale e del Cloud, così come nella Blockchain, nell’Internet of Things e nel Quantum computing. Le definiamo tecnologie esponenziali capaci, se governate con etica e responsabilità, di cambiare il mondo in meglio. Tutte leve strategiche per l’innovazione alle quali vengono associati servizi di consulenza ad alto valore. Alla base di tutto ciò resta un’incessante attività di ricerca e sviluppo e lo storico predominio nell’hardware, nello storage e nel super calcolo. In estrema sintesi, oggi IBM è un’azienda innovativa che si prefigge di mettere a fattor comune abilità umane e tecnologiche per creare un’intelligenza aumentata a beneficio di tutti e non solo di pochi. In Italia, dove siamo presenti da oltre 90 anni, abbiamo voluto sintetizzare il nostro valore per il sistema-Paese utilizzando l’acronimo di AI, Augmented Intelligence, mutandolo in #AcceleraItalia.

IBM fa continua ricerca, realizza prodotti e servizi avanzati per plasmare il futuro, con tecnologie affidabili ed efficaci. Quale formazione e quali caratteristiche deve avere una persona che vuole lavorare con voi? Qual è, in altri termini, la ‘cassetta degli attrezzi’ di cui deve essere dotata? E, parlando di occupazione, di che tipo sarà?
Il cambiamento indotto dalle nuove tecnologie delinea un progresso in cui l’unione di intelligenza umana ed artificiale servirà ad aumentare le nostre capacità, non a sostituirle. E un tale futuro dovrà essere di tutti, nessuno escluso. Esserne consapevoli ci porta non solo a mettere in pratica convincimenti in tema di trasparenza, fiducia ed etica, ma anche ad assegnarci un compito: preparare la società per il domani. Com’è sempre avvenuto nel progresso umano, l’evoluzione tecnologica porterà alla scomparsa solo di alcune tipologie di lavoro mentre moltissime saranno le nuove professioni create. Il lavoro si trasforma, quindi. La sfida sta nel fatto che ciò impatterà sugli skill richiesti per tutte le professioni. Di qui la necessità di dare vita a nuovi percorsi formativi, superando una preparazione in taluni casi obsoleta per il mondo produttivo. Il nostro impegno, in tal senso, è molto concreto. Prendiamo i numeri legati alle Università italiane: collaboriamo con 48 atenei, 19 dei quali hanno già adottato un protocollo di intesa per indirizzare attività congiunte, oltre 600 ore dedicate a seminari e più di 200 “University Ambassador” ogni giorno in aula. Anche questo è un aspetto del nostro programma #AcceleraItalia con cui vogliamo stare al fianco delle Istituzioni sostenendo quegli studenti a cui va data, appunto, una “diversa cassetta degli attrezzi”. Aggiungo che ai leader del domani serviranno anche capacità orientate al problem-solving, al pensiero critico e alla creatività.

Quale grado di ricettività all’innovazione vede nel nostro Paese? In altri termini, viene più ‘subita’ come necessità o considerata opportunità per migliorare l’economia e la vita personale e sociale?
Nel nostro Paese c’è una grande voglia di fare e di eccellere. Ne consegue la chiara percezione del valore che l’innovazione ha per crescere e creare occupazione. I buoni propositi e i singoli sforzi, tuttavia, non sempre sono sufficienti. L’aiuto deve venire da un sistema-Paese pronto a mettere a fattor comune risorse e misure di stimolo con una visione di lungo periodo. Oggi più che mai occorre far leva sul digitale e mettere in campo le giuste tecnologie e competenze per incidere sulla produttività e il benessere del Paese.

Ci sono funzioni specifiche che svolgete nell’ambito del sistema IBM? Nel senso di qualche vocazione particolare, sviluppata per aderire alla specificità del sistema economico e sociale del nostro Paese?
La presenza di IBM in Italia risale al 1927. È un lasso di tempo lungo, costellato di tappe con cui abbiamo sempre sostenuto la crescita del Paese. Trasporti, banche, media, retail, telecomunicazioni: non c’è settore che non abbia fatto ricorso a pratiche e strumenti tecnologici frutto dei nostri investimenti e della nostra attività di ricerca. Da 26 anni siamo il maggior detentore di brevetti a livello mondiale, investendo in R&D quasi sei miliardi di dollari all’anno. Sono oltre centomila quelli depositati dal 1911 con una leadership che risulta incontrastata dal 1993. Siamo noi, pionieri nella scienza dell’informazione, ad aver introdotto i primi calcolatori in Italia, l’elettronico nel 1952 e quello a chip integrato nel ’66 con l’apertura di poli produttivi. E per rispondere alle esigenze del nostro Paese è a Roma che nel ’79 inaugurammo un Laboratorio software, con un peso a livello globale esteso negli anni all’area del Cloud. È sempre in Italia che, nel 2015, attraemmo le risorse per un Cloud Data Center, aggiuntosi al network globale di 46 centri sparsi nei cinque continenti. Ed è a tale struttura che le imprese italiane guardano, a fronte della complessità percepita, per migrare verso infrastrutture che ottimizzano costi e performance. Siamo sempre stati, e sempre saremo, costruttori di futuro.

L’Italia ha un sistema imprenditoriale vivace ma polverizzato, in generale con un’insufficiente capacità a fare sistema. Le soluzioni IBM sono l’occasione per superare questo problema? E in quest’ambito, rappresentano una risorsa per una piccola e media impresa che ha limiti dettati dalla sua dimensione?
Sì, certamente. Le tecnologie esponenziali, e pervasive, hanno tra le maggiori peculiarità quelle d’essere di facile accesso e di non costringere a investimenti in conto capitale. La logica, in sintesi, è quella del ‘pay per use’. La piattaforma Cloud di IBM ne è l’esempio pratico. Nei fatti, è costruita per ogni tipo di applicazione, pronta per l’intelligenza artificiale e intrinsecamente sicura. Oggi il mercato convive con ambienti cloud sia privati che pubblici, senza dimenticare l’insieme di sistemi aziendali ancora tenuti in casa per diverse ragioni. Ma la tendenza è di procedere in altra direzione. Per questo IBM guarda al multi-cloud, tecnologia open progettata per semplificare la gestione, lo spostamento e l’integrazione di applicazioni tra i diversi tipi di infrastrutture. Una scelta che alle aziende porta più visibilità sui processi aziendali, migliore governance e agilità finanziaria. Ci sono poi realtà associative importanti, penso ad Assolombarda di cui sono vicepresidente per l’internazionalizzazione, capaci di guidare e coordinare efficacemente il progresso nel tessuto imprenditoriale. Tutto è perfettibile, certo, ma direi che abbiamo ottime basi e sconfinate potenzialità.

Ibm ha avuto fin dall’inizio una vocazione globale. Nell’arco di 108 anni di attività ha vissuto numerose fasi, restando tuttavia sempre una delle maggiori realtà al mondo nel campo informatico. In quest’ottica, quali sono le vostre politiche per il reclutamento dei dipendenti?
La centralità della persona resta il cardine di ogni nostro agire, a cominciare dai neo-assunti per i quali viene avviato un percorso che ha nella formazione continua e nello sviluppo di skill idonei il “fil rouge” della crescita. Questo modus operandi ha elementi fortemente distintivi come la valorizzazione delle diversità. A tutti affianchiamo poi i più avanzati processi di retention secondo best practice messe in campo a livello globale. Da noi, i ragazzi trovano attenzione allo sviluppo della carriera attraverso l’engagement, il coaching, la rotazione dei ruoli e il knowledge sharing, fondamentali per integrare la preparazione scolastica con la più avanzata conoscenza in tema di Analytics, Artificial Intelligence, Blockchain, Internet of Things e Quantum computing. Nel contempo i giovani possono contare su strumenti concreti di welfare aziendale e su iniziative di responsabilità sociale che ne fanno attori, in Italia e all’estero, al servizio del prossimo.

In conclusione, Presidente Cereda, come vede il futuro globalizzato? Va temuto o considerato come opportunità di un avanzamento dell’umanità? E che ruolo pensa di svolgere IBM?
Al futuro, qualunque esso sia, abbiamo sempre guardato con ottimismo perché lì si concentrano le opportunità di progresso, sotto molteplici aspetti. Com’è avvenuto nel corso della nostra continua reinvenzione, capace di rispondere alle mutevoli esigenze del mercato e della società, oggi abbiamo la certezza che la pervasività delle tecnologie esponenziali, e di ciò che verrà dopo, sia destinata a cambiare il mondo in meglio. Ma, come visto, l’applicazione della tecnologia non potrà essere disgiunta da una risposta alle esigenze legate alla ridefinizione del suo rapporto con l’uomo e alla costruzione di un senso di fiducia sempre più marcato. Questo è il nostro impegno etico. I principi che governano l’approccio di IBM al tema dell’intelligenza artificiale - centralità dell’uomo, incremento delle sue capacità e delle competenze, proprietà dei dati - fanno il paio con la responsabilità nell’uso di quest’ultimi in termini di difesa della privacy e della sicurezza. Solo così si può rispondere alle aspettative che i cittadini giustamente manifestano costruendo per tutti un domani migliore.

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