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Virus: le aziende italiane chiedono certezze
La crisi si batte con atti concreti e coraggiosi

- di: Diego Minuti
 

''Guerra'': ogni qual volta l'Italia si trova davanti ad una emergenza vera (non quelle che sono tempeste nel classico bicchiere d'acqua e che pure sono gettonatissime da una certa classe politica che alimenta le proprie ambizioni sulla paura della gente) è questa la parola a cui si fa ricorso più spesso perché, al di là del terrificante significato, si dimostra utile per rappresentare come reagiamo o anche soltanto come intendiamo reagire. Da quelle vere (i confitti mondiali dell'inizio del secolo scorso) ad oggi, abbiamo fatto, come Paese, guerre un po' a tutto: al banditismo, al terrorismo, al crimine organizzato, alla povertà (che, ricordo a me stesso, abbiamo sconfitto definitivamente, come da folcloristico proclama dal balcone di Palazzo Chigi da parte di Luigi Di Maio e dei 5 Stelle). Quando si tratta di raffigurare lo sforzo comune, la parola ''guerra'' folleggia sulle pagine di giornali e sulle bocche di molti. Oggi la guerra la stiamo facendo al corona virus, ed è una guerra difficile, lunga e, qualcuno lo deve pure ammettere, dall'esito incerto perché chi doveva approntare le difese non lo ha fatto; chi doveva proagire si è limitato, per sottovalutazione, a reagire; chi doveva trovare la forza di auspicare un comune sentire contro la pandemia ha perso l'occasione di stare zitto, dicendo tutto e l'esatto contrario nel volgere di poche ore. Ma una guerra c'è ed è davanti agli occhi di tutti. Ma per vincere una guerra si devono anche vincere delle battaglie e il Governo ne ha perso certamente una, quella della comunicazione istituzionale efficace, navigando a vista, però in un banco di fittissima nebbia. Ciascuno, se decide, come si diceva un tempo, di andare alla guerra, si attrezza, e, in caso di pericolo, prende delle decisioni. La domanda, quindi, è scontata: il Governo, nella guerra al corona virus, ha preso le decisioni giuste per salvaguardare la nostra economia? Ecco, qualche dubbio c'è e guai se non lo si esternasse. Le decisioni prese dall'esecutivo, nell'arco delle ultime settimane, sembrano essere state adottate senza uno schema preciso e, comunque, con il timore di vedersi sfuggire di mano il controllo della situazione. Ma, a ben guardare, le varie misure partorite dall'esecutivo appaiono come cerotti messi su ferite gravi e profonde. Forse occorreva maggiore coraggio, certamente serviva determinazione nel salvaguardare il tessuto produttivo. E non stiamo parlando solo delle grandi industrie o quelle considerate strategiche, ma delle centinaia di migliaia di piccole e medie realtà economiche che la crisi sta mettendo in ginocchio. Ed il costo di questa emergenza potrebbe essere altissimo perché queste realtà, senza un aiuto vero da parte del Governo, rischiano di sparire. Il settore turistico, per esempio, senza un aiuto concreto e specifico che non siano delle una tantum, sta andando a picco, vanificando anni ed anni di impegno. Ma stanno subendo colpi durissimi altri settori, meno considerati, ma altrettanto importanti e che danno lavoro a centinaia di migliaia di persone. Come l'editoria (soprattutto quella piccola o di recente avvio), come la filiera agroalimentare, come il commercio al dettaglio e si potrebbe continuare per un bel pezzo. Cosa si aspettano o si aspettavano questi operatori economici dal Governo? Non certo lo spostamento, nel calendario fiscale, delle date di pagamento delle tasse, perché ''differire'' è cosa ben diversa che ''cancellare'' o almeno ''attenuare''. Invece le tasse occorrerà pagarle. Ma, con l'economia ferma, gli introiti crollano e, al di là del fatto che se non incassi paghi meno tasse, ma pur sempre le paghi, ci sono delle uscite fiscali costanti per fare fronte alle quali da mesi si stanno intaccando le riserve. Facciamo un esempio che è talmente scontato da apparire stupido: una piccola società, ad esempio pubblicitaria, con il mercato fermo in attesa della ripresa, vede crollare il fatturato, quasi azzerato. Ma ha dei costi fissi da sostenere: stipendi, fitto, utenze. Allora, per gli stipendi si può accedere ad ammortizzatori sociali, per le utenze sperare in una rateizzazione. Ma il fitto? Lo si deve pagare e se di soldi non ce ne sono più bisogna mettere mano al proprio portafoglio.Una situazione che è destinata a perpetuarsi ancora per chissà quanto, facendo lievitare numeri negativi che sono già oggi disastrosi. Il Governo sta facendo, ma forse non tutto il necessario. Ci sono esigenze di bilancio da salvaguardare, ma occorre avere una prospettiva, che non può essere solo il pensiero dell'ineluttabilità di quanto accade. Forse ci sono altre misure possibili, forse ci sono iniziative da prendere. Forse, forse, forse. Il Paese ha però bisogno di certezze, che non possono essere solo quelle, peraltro lodevoli, dell'impegno che si sta spendendo nel campo della salute. Magari poche certezze, ma che ci siano e magari guardino a chi non ha grandi marchi da tutelare, ma solo il proprio lavoro.

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