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Ue-Mercosur, firma storica: un mercato da 700 milioni di persone

- di: Matteo Borrelli
 
Ue-Mercosur, firma storica: un mercato da 700 milioni di persone

Una firma che vale più di un trattato: dopo 25 anni di negoziati, Bruxelles e il blocco sudamericano chiudono l’intesa e trasformano il commercio in un messaggio politico. Ora però arriva la parte più dura: convincere Parlamenti, governi, agricoltori in rivolta e scettici dell’ambiente.

(Foto: la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen).

Ad Asunción l’Unione Europea e il Mercosur (con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) hanno messo nero su bianco uno dei dossier più lunghi e tormentati della diplomazia commerciale contemporanea. L’obiettivo dichiarato è costruire una gigantesca area di scambi, con un bacino di consumatori che supera i 700 milioni e un peso che, nelle stime più citate, sfiora il 20% del PIL globale.

La scena, però, racconta anche altro: non è stata solo una stretta di mano tra dogane e tariffe, ma una dichiarazione di posizionamento nel nuovo risiko dei rapporti internazionali. Sul palco, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno presentato l’accordo come la risposta europea alla stagione delle barriere e delle “guerre dei dazi”. Il sottotesto è chiaro: se il mondo si frammenta, l’Europa prova a non restare schiacciata tra giganti.

In platea, il paradosso politico della giornata lo ha incarnato Javier Milei: l’uomo che in passato aveva attaccato il Mercosur come vincolo, si è ritrovato a benedire l’intesa come opportunità per una visione iper-liberista dell’economia. E ha anche ringraziato apertamente Giorgia Meloni, attribuendole un ruolo decisivo nel portare la trattativa al traguardo.

“Voglio ringraziare in particolare Giorgia Meloni: il suo impegno è stato cruciale per il successo di questo negoziato.”

Il cuore dell’intesa è una riduzione progressiva delle barriere, con l’eliminazione della grande maggioranza dei dazi tra le due aree. Per l’industria europea significa puntare a un alleggerimento di tariffe oggi considerate punitive su settori come auto, macchinari, chimica e farmaceutica; per il Sudamerica, significa accelerare l’accesso al mercato europeo soprattutto per produzioni agricole e materie prime. Un asse che, sulla carta, promette ossigeno a esportatori e filiere, ma che nella pratica rischia di diventare una miccia politica.

Perché la firma non chiude la partita: la sposta sul terreno più scivoloso. L’accordo deve affrontare un iter di ratifica che passa anche dal Parlamento europeo e dai passaggi interni dei Paesi coinvolti. Traduzione: mesi di pressioni incrociate, voti incerti, emendamenti, tentativi di “mettere in sicurezza” i capitoli più contestati. E soprattutto, un muro di resistenze che parte dalle campagne europee.

In Francia la protesta è già diventata immagine: trattori in colonna, ingressi simbolici nelle città, mobilitazioni annunciate anche davanti alle istituzioni europee. La paura, ripetuta come un mantra, è di vedere arrivare sul mercato europeo prodotti a costi più bassi e con standard percepiti come meno severi, schiacciando margini e prezzi di chi lavora già in equilibrio precario. Non è solo una questione di concorrenza: è una questione di fiducia nelle regole.

A rendere il confronto ancora più esplosivo è il capitolo ambientale. Da un lato l’Europa rivendica clausole, controlli e meccanismi di applicazione; dall’altro, ambientalisti e una parte dell’opinione pubblica temono un effetto collaterale: incentivare l’espansione agricola e quindi la pressione su ecosistemi sensibili, a partire dalle aree legate alla deforestazione. È qui che l’accordo si gioca reputazione e consenso: non basta “commerciare di più”, bisogna dimostrare di farlo senza scaricare il conto sull’ambiente.

Bruxelles prova a tenere insieme le due esigenze con un messaggio doppio: aprire mercati, ma con strumenti di tutela. Da un lato si parla di salvaguardie e limiti per alcune importazioni considerate più delicate, dall’altro di strumenti di verifica e possibili sospensioni in caso di violazioni su impegni chiave. Il punto politico, però, resta: in Europa l’agricoltura è un nervo scoperto, e ogni parola su quote e controlli vale meno di un’immagine di trattori davanti a un palazzo istituzionale.

Sul piano strettamente economico, i numeri aiutano a capire perché la Commissione abbia voluto accelerare. I flussi commerciali tra le due aree sono già consistenti, e la relazione è asimmetrica: l’Europa esporta soprattutto beni industriali ad alto valore, mentre importa molte commodity e prodotti agricoli. Chi sostiene l’intesa la descrive come un modo per rendere più prevedibili le catene di approvvigionamento, diversificare partner e ridurre dipendenze strategiche, in un mondo in cui le crisi — energetiche, geopolitiche, logistiche — arrivano senza bussare.

Anche la coreografia della firma ha lasciato un dettaglio curioso: le sigle sul testo sono state apposte dai negoziatori e dai responsabili tecnici, non dai leader politici più visibili. Un particolare che può sembrare protocollo, ma che fotografa l’ambiguità del momento: tutti vogliono rivendicare la vittoria, pochi vogliono intestarsi da soli i rischi della ratifica.

Dentro l’Europa, la frattura non segue solo la linea destra-sinistra: attraversa Paesi, categorie, territori. I governi devono bilanciare industria ed export con il consenso rurale, mentre a Strasburgo si prepara una battaglia di emendamenti e condizioni. Fuori dall’Europa, il Mercosur vede nell’accordo una sponda per attrarre investimenti e rendere più stabile l’accesso a un mercato ricco, ma porta con sé anche tensioni interne e sensibilità politiche differenti, soprattutto quando si toccano temi come standard sanitari, tracciabilità e sostenibilità.

C’è poi la dimensione geopolitica, quella che ha trasformato un accordo commerciale in una dichiarazione di principio. Sullo sfondo c’è l’idea che l’Occidente stia entrando in una fase di protezionismo più esplicito e competitivo, e che l’Europa voglia reagire con una scelta opposta: più accordi, più regole comuni, più alleanze economiche. In questa chiave, l’intesa con il Mercosur diventa un messaggio indirizzato anche a chi usa i dazi come leva politica.

“Preferiamo il commercio equo ai dazi.”

In sintesi: il trattato è firmato, ma non è ancora “vivo”. Da qui in poi conteranno i voti, le garanzie, i correttivi, e la capacità di convincere chi teme di pagare il prezzo dell’apertura. Se la ratifica andrà in porto, nascerà una delle più grandi aree di libero scambio del pianeta. Se si bloccherà, resterà come l’ennesimo grande progetto europeo finito in un pantano politico. E in mezzo, una domanda che pesa come un dazio: l’Europa è ancora capace di scegliere, o può solo reagire?

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