Stato di emergenza: l'Italia volti pagina, senza però dimenticare in fretta

- di: Redazione
 
E alla fine l'Italia ce l'ha fatta: lo stato di emergenza è finito ufficialmente ieri sera, dopo mesi e mesi di divieti, prescrizioni, ammonimenti, allarmi, verbali e contravvenzioni. Quindi, dalla mezzanotte del 31 marzo dell'anno Domini 2022, ci siamo messi alle spalle la fase più pesante di una crisi pandemica caratterizzata da ''deriva democratica'', perché ha colpito tutti, indistintamente, dai ricchi ai più poveri, dai quelli col fisico palestrato agli altri mingherlini o obesi, dai più convinti assertori dell'isolamento e dei vaccini a quelli che, al solo sentire pronunciare nomi come Pfizer o Biontech, hanno cominciato a gridare denunciando oscuri complotti planetari, alimentati da misteriose congreghe, che oscillavano dal Bilderberg agli Illuminati, dai Rosacroce ai rettiliani.

Finisce ufficialmente lo stato di emergenza in Italia

Per fortuna è finita, ma sarebbe folle non pensare che il pericolo resta sempre vicino, dal momento che il virus è subdolo e che, capace di camuffarsi nelle pieghe della normalità, è pronto a colpire di nuovo.
Fare un bilancio di questi mesi, trascorsi tra isolamenti e test, tra inoculazioni e sintomi della malattia (per chi è riuscito a venirne fuori da vivo) è problematico perché la pandemia ha avuto più aspetti. Alcuni, quelli sanitari, di immediata evidenza; altri - le ricadute economiche - di cui pagheremo le conseguenze ancora chissà per quanto tempo.

Ma la forza di un popolo e di un Paese è data dalla capacità di reagire alle contingenze negative e di sapere ripartire, nonostante tutto. L'Italia di problemi ne ha avuti tantissimi e, almeno per un volta, é stata in buona compagnia perché anche altri Paesi si sono dovuti confrontare non solo con il virus, ma come esso abbia impattato sulla psicologia di molti, in parecchi casi mostrando la mancanza del senso di solidarietà che dovrebbe essere alla base del contratto che unisce persone che avvertono il senso di appartenenza ad una nazione.

È però arrivato il tempo di cancellare gli aspetti più brutti della pandemia: i numeri non ci consentono ancora di essere ottimisti, ma almeno ci fanno pensare che il tunnel stia per finire e, quindi, che si possa tornare ad una vita quasi normale.
Il tempo ci dirà - non sappiamo ancora quando, visto che in economia le crisi hanno un inizio, ma è difficile pronosticarne con precisione la fine - se chi ci ha governo ha sempre fatto le scelte migliori e tempestivamente; se chi doveva decidere lo ha fatto con lucidità o s'è fatto trascinare dal momento; se qualcuno - oltre agli speculatori ''puri'', quelli delle mascherine farlocche 'made in China' - abbia approfittato della situazione per interessi di bottega (o di società...).

E il tempo ci dirà se, passato il tempo dell'indignazione immediata, saranno punti esemplarmente quelli che - medici o infermieri o, anche, farmacisti - per un pugno di dollari più che per convinzioni ideologiche, fingendo di vaccinare o attestandone falsamente l'acquisita immunità, hanno mandato in giro persone potenzialmente infette e, quindi, altrettanto potenzialmente veicolo di contagio.
Il Paese, davanti alla pandemia, ha mostrato il meglio e purtroppo anche il peggio di sé. E se medici e infermieri furfanti hanno mostrato che si può dimenticare il giuramento di curare i malati e preservare i sani, c'è stata una Italia che ha fatto capire che il nostro è un Paese dove, se lo si può, nessuno viene lasciato indietro. Lo si è fatto attivando una catena di solidarietà per chi stava male o anche solo facendo risuonare la melodia di una canzone struggente, forse anche non allegra, ma mai priva della speranza di tornare a essere quelli di prima.
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