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Trema lo sport mondiale: ecco le memorie del mago del "doping di Stato" russo

- di: Brian Green
 
È cominciato il conto alla rovescia che, allo scoccare dello ''zero'', rischia di provocare un terremoto nello sport olimpico. Per domani, giovedì 30 luglio, è prevista la pubblicazione dell'autobiografia di Grigory Rodchenkov, ex direttore del laboratorio dell'Agenzia mondiale antidoping (WADA) a Mosca e di quella di Sochi durante i Giochi olimpici invernali del 2014. Vista la delicatissima ed allo stesso tempo incendiaria materia di cui si occupava Rodchenkov, le rivelazioni che sono annunciate faranno clamore, almeno questa è l'impressione generale, anche se qualcuno ha mosso dubbi su questa che potrebbe anche apparire come una operazione di ''intossicazione''.

Rodchenkov è stato catapultato al proscenio mondiale quando ha rivelato quello che per lui era un ''doping di Stato'' al quale venivano sottoposti i migliori atleti russi che gareggiarono a Sochi, in occasione delle olimpiadi invernali del 2014. Rivelazioni che giunsero però dopo che lo scienziato era riuscito a raggiungere gli Stati Uniti che gli concessero asilo politico.
Ma cosa potrebbe dire di nuovo l'ex funzionario della Wada, oggi sessantunenne?

Da sempre, tra coloro che nutrono dubbi sul 'personaggio Rodchenkov', c'è una scienziata canadese, Christiane Ayotte, che oggi dirige il laboratorio anti-doping di Montreal, mentre dal 2016 al 2018 ha presieduta l'associazione mondiale dei medici che lottano questa piaga che infetta lo sport.
Di Rodchenkov, che conosce personalmente, Christiane Ayotte dice che lui ha avuto un ruolo importante nel fare scoprire casi di doping che altrimenti sarebbero rimasti nascosti.

''Grigory, lo conosco bene - dice la scienziata -. Avremo il peggio e il meglio. Avremo dichiarazioni deliranti che, sfortunatamente, non possono essere confermate o invalidate perché è passato troppo tempo''. In ogni caso, aggiunge, bisognerà andare cauti e non prendere il contenuto del libro ''per la pura verità''.

Nelle settimane che stanno precedendo la pubblicazione del libro, Rodchenkov ha fatto trapelare delle anticipazioni. Una delle quali riguarda Ben Johnson, atleta canadese che, dopato all'inverosimile, sui cento metri di Mosca 1988 batté Carl Lewis. Secondo Rodchenkov, che Johnson si dopasse in modo massiccio era notorio, ma si decise di non fermarlo. L'atleta canadese d'origine caraibica, per lo scienziato, era risultato positivo allo stanozolo già in occasione dei Goodwill Games - la manifestazione riservata solo agli atleti americani e sovietici - che si erano celebrati due anni prima nella capitale dell'allora Unione Sovietica. Ma fu deciso dalle autorità di Mosca di non dire nulla su di lui, ma soprattutto su altri 13 atleti (molti sovietici) trovati positivi.

L'autobiografia dell'ex capo del programma anti-doping russo rivela anche uno dei motivi che avrebbero indotto l'Unione sovietica a boicottare i Giochi olimpici del 1984. La decisione fu presa anche perché all'Urss fu negato di fare ormeggiare nel porto di Los Angeles una nave (fatta diventare un laboratorio galleggiante) dove gli atleti sovietici sarebbero stati testati per evitare d'essere pescati sotto doping.

La vicenda della nave peraltro non sarebbe stata una novità perché, ai tempi delle Olimpiadi di Montreal, sul fiume San Lorenzo, c'era una nave della Germania dell'Est che aveva il compito di controllare i suoi atleti prima delle gare. Ma c'è chi dice che episodi del genere sono forse una esagerazione, considerato che nel nel 1976 la lotta al doping era ancora ai suoi albori e che, di conseguenza, gli atleti con l'organismo ''potenziato'' chimicamente correvano pochi rischi d'essere scoperti.

Grigory Rodchenkov rivela, nel libro, con dovizia di particolari il ''doping di Stato'' russo, chiedendo che gli atleti della Russia siano esclusi dalle olimpiadi che dovrebbero, pandemia permettendo, svolgersi a Tokyo nel 2011. Nel dicembre 2019, l'Agenzia mondiale antidoping ha sospeso la Russia per quattro anni da tutti gli eventi sportivi, comprese le Olimpiadi, accusandola di avere manipolato i dati relativi ai controlli sugli atleti per evitarne l'individuazione. Una decisione che è stata appellata davanti alla Corte Arbitrale per lo Sport.
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