Sanremo: il dramma quotidiano dell'Ucraina non diventi ricerca di audience

- di: Redazione
 
Questa mattina ampie porzioni dell'Ucraina sono state svegliate da salve di razzi lanciati dai russi, che, in questo modo, hanno risposto all'annuncio di Stati Uniti e Germania che avrebbero inviato dei tanks per raccogliere i ripetuti appelli di Kiev, che mai come in queste ore sta accorgendosi che, a differenza delle battaglie, le guerre non si vincono solo con l'entusiasmo.
Servono le armi, senza per questo volere sposare acriticamente le tesi dei fautori dell'idea di continuare a rifornire gli arsenali di Kiev, né di quelli che si dicono contrari. La guerra in Ucraina è forse la prima, nella storia dell'umanità, che non si gioca solo sul terreno e con la propaganda, perché dimostra come per essa o in suo nome tutto diventa lecito, anche sostenere versioni del conflitto che non hanno niente a che fare con la realtà.

Sanremo: il dramma quotidiano dell'Ucraina non diventi ricerca di audience

È la guerra fatta di enunciazioni di principio; di strampalate teorie sull'accettazione acritica dello stato di fatto, mettendo sotto i piedi i diritti di un popolo e di un Paese a restare sovrani; di ''intellettuali'' che per sostenere le loro tesi non esitano a tirare fuori stereotipi sulla razza, a cominciate da quella del presidente ucraino.

Niente di nuovo, comunque, perché l'intossicazione della pubblica opinione è vecchia come l'Umanità. Come insegnano la Storia e le religioni (quando raccontano).
Ma questo non significa che tutto è permesso, tutto è consentito o lecito. Ci sono confini che è bene non superare perché riguardano la dignità di un popolo, ma anche di una cultura, sebbene popolare, come stiamo per spiegare. Parliamo di Sanremo e della probabilissima presenza (con che modalità ancora non si sa) del presidente ucraino.
Non ce la si può prendere con Zelensky per l'annunciato intervento perché, anche se in Italia c'è chi lo vede solo come un pagliaccio, anzi una marionetta agitata dalla mano degli Stati Uniti, resta il presidente di un Paese invaso.

Anche ora, quando i razzi hanno ripreso a cadere a pioggia sull'Ucraina e le immagini parlano di una nazione desertificata, di lui si ricordano i passati di comico e attore, dimenticando che, quando ha visto i confini del suo Paese violati, ha cambiato mestiere, diventando il ''piazzista'' del diritto dell'Ucraina a restare indipendente. Quindi, come tutti quelli che affidano le loro fortune alla comunicazione, coglie tutte le occasioni che gli si prospettano per raccontare quanto accade, magari con delle libertà artistiche, ma sostanzialmente quel che dice è vero. Per questo, quando glielo si propone, accetta di comparire davanti ad un telecamera, sia essa delle grandi reti tv che dell'ultima televisione di paese. Perché se l'Ucraina sarà ancora una Nazione, quando la guerra finirà, lo si dovrà anche a quanto consenso Zelensky avrà saputo coagulare intorno al dramma del suo popolo.

Ma questo giustifica il fatto che, per raccattare qualche decimo di punto di audience, gli organizzatori del festival di Sanremo - ovvero la Rai, ovvero lo Stato italiano - lo abbiano invitato, magari sperando che indossi la maglietta che ha scelto come divisa? Decisamente no, e non solo per motivi di opportunità politica, perché, con la sua presenza (probabilmente in video), il presidente ucraino lascerà la sua impronta in una manifestazione che da sempre rappresenta la cultura quotidiana del Paese, non quella degli intellettuali, ma semplicemente il modo con cui viviamo la realtà quotidiana. Sarebbe comunque ipocrita dire che la politica è sempre rimasta fuori da Sanremo, come testimoniavano, anche in tempi non lontani, le presenze massicce di personaggi di secondo o terza fila della nomenklatura che stavano lì a godersi lo spettacolo, ma soprattutto per farsi vedere. E la politica a Sanremo ha fatto anche delle vittime, come i comici che, dal palco dell'Ariston, sferzavano i politici, ritrovandosi definitivamente epurati o costretti a recuperare nell'arco di molti anni posizioni nel ranking dello spettacolo, magari costretti a cercare asilo in altri reti che non la Rai.
Dire che chiamando Zelensky a parlare si vuole essere accanto all'Ucraina, dobbiamo dircelo, è pura mistificazione, perché il battage che sta precedendo la ''comparsata'' del presidente sembra essere finalizzato a creare attesa e pathos che saranno smentiti, in termini di audience, dai numeri degli ascolti. Perché ormai Zelensky entra nelle nostre case (o nei nostri pc) quotidianamente, in una certa misura inflazionando la sua figura, anche perché gli argomenti che tocca sono, giocoforza, sempre gli stessi e, a corsa lunga, l'attenzione e l'interesse si sgonfiano.

Forse Amadeus e la batteria di autori e collaboratori che lo circondano e consigliano dovrebbero tenere a mente quel che disse George Clemenceau, secondo cui la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali. Se a ''guerra'' sostituiamo ''politica'' e al posto di ''generali'' mettiamo ''presentatori'' il gioco è fatto.
Mischiare cultura popolare e politica - questa politica, che conta quotidianamente morti e distruzioni - rischia di banalizzare la tragedia, anche perché viene naturale interrogarsi su cosa mai si potrebbe chiedere a Volodymyr che non sia stato oggetto delle altre decine (ma forse siamo già a centinaia, come unità di misura) di interviste che ha rilasciato per ricordare a tutti quel che accade.
Forse il presidente ucraino non è un ''santo'', ma nemmeno un ''fante'' con cui scherzare. Perché, appena pochi minuti dopo la fine della sua intervista in quel di Sanremo, sul palco dell'Ariston torneranno voci e paillettes, mentre lui dovrà ascoltare bollettini che sono di guerra.
Il Magazine
Italia Informa n° 2 - Marzo/Aprile 2023
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