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Sanità: la Calabria umiliata dal balletto dei mancati commissari

- di: Diego Minuti
 
Sinceramente non so se, nello statuto della Regione Calabria, sia previsto un inno, un brano, una canzone che la rappresenti per quello che. Ma, se non ci fosse, io una proposta ce l'avrei: "What have i done to deserve this" un vecchio brano dei Pet Shop Boys, nemmeno uno dei più noti e riusciti ma con un titolo in cui la Calabria delle ultime settimane dovrebbe riconoscersi, almeno per lo scempio politico che si sta accanendo sul gravissimo problema della sanità pubblica. 

"Cosa ho fatto per meritarmi questo", cantava il duo britannico e forse i calabresi dovrebbero imparare questo brano a memoria ed andare a cantarlo a squarciagola sotto i balconi di Palazzo Chigi che, nella vicenda del commissario chiamato a cercare di mettere a posto i conti (e quindi anche i servizi) della sanità, sta toccando temi da commedia all'italiana, con un balletto di nomine, dimissioni, revoche, rifiuti. Un trattamento che la Calabria non merita, al di là del fatto di avere subito senza reagire allo scempio della propria sanità.

Verrebbe da dire che se non ci fosse da piangere, questa vicenda dovrebbe solo indurre a ridere, con le lacrime agli occhi, come davanti alle gag di Totò. Solo che al posto di Totò (uno che nella vita privata si prendeva molto sul serio) ci sono altri attori di questa commedia dell'assurdo, il cui ultimo personaggio è Agostino Miozzo, coordinatore del Cts. Il suo è solo l'ultimo nome uscito dalla "lotteria del commissario". Un nome di alto profilo, dalla preparazione e dalle esperienze che erano una garanzia. Poi, quando Miozzo sentiva già su di sé il peso, ma anche il prestigio dell'incarico, ecco arrivato il "no", questa volta non - come accaduto per il rettore Gaudio - per dinamiche coniugal-familiari, ma perché Palazzo Chigi (o chi per esso) ha ritenuto di non potere accettare le condizioni che aveva posto.

Consentitemi una digressione su una definizione che mutuiamo talvolta dall'inglese, civil servant, che riassume molte cose, a cominciare dallo spirito di servizio che dovrebbe caratterizzare tutti i funzionari pubblici quando sono consapevoli d'essere parte della macchina dello Stato.

Un civil servant può sempre porre delle condizioni, ma quelle avanzate da Miozzo (cui deve andare comunque il plauso per avere dato la sua disponibilità) sembrano essere state formulate solo per determinarne la bocciatura. Non sono esagerate, ma potrebbero essere lette da qualcuno come sintomo di un egotismo non tenuto a bada.
Perché, stando a quello che si legge sui giornali, Miozzo ha chiesto, nell'ordine il ritorno in servizio (richiesta un tantino fuori focus), una squadra di 25 (sì, letto bene, 25 persone) e, last but not least, poteri in deroga. Ovvero muoversi con poteri propri del commissario, quindi con una certa libertà d'azione. A determinare il no, quindi, sarebbe stato il combinato composto delle condizioni, una delle quali era già da sola sufficiente a fare storcere il naso.

Quindi, tutto da rifare. E i calabresi aspettano, chiedendosi se la loro regione può restare - in un periodo di emergenza come quella della pandemia - in balia dei re Tentenna di questo periodo e governata da chi dimostra una inadeguatezza imbarazzante. Vorremmo, a questo punto, chiedere a chi ha delle responsabilità in questa vicenda se un'intera regione può pagare le incertezze dello Stato che, tra migliaia di funzionari in busta paga, non riesce a trovarne uno che sia uno disposto ad andare in Calabria e, se del caso, sporcarsi le mani, in senso buono.

Ma non è così facile, ammettiamolo. Perché chiunque sarà spedito in Calabria per una impresa titanica e che incute molto timore sa già benissimo che troverà un comitato d'accoglienza non ben disposto, tra aspiranti commissari delusi, politici in cerca di rivalsa, cittadini esasperati, una classe medica ed imprenditoriale che si sente umiliata, altri pezzi dello Stato - non usi ad obbedir tacendo - che aspettano.
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