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Roma, la madre di Mark Samson confessa: “L’ho aiutato a ripulire”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Roma, la madre di Mark Samson confessa: “L’ho aiutato a ripulire”

“L’ho aiutato a ripulire”. È la frase pronunciata dalla madre di Mark Samson, indagata dopo il femminicidio della compagna del figlio, avvenuto a Roma, che ha scioccato il Paese. Parole che hanno cambiato radicalmente il quadro dell’inchiesta, rivelando non solo la brutalità dell’omicidio ma anche la complicità familiare che l’ha seguito. La donna, interrogata dagli inquirenti, ha ammesso di aver assistito il figlio nella cancellazione delle tracce del crimine. Un gesto che apre squarci dolorosi non solo su un singolo atto di violenza, ma sul contesto culturale, affettivo e relazionale in cui può nascere, radicarsi e persino trovare protezione un delitto contro una donna.

Roma, la madre di Mark Samson confessa: “L’ho aiutato a ripulire”

Il femminicidio si è consumato con ferocia all’interno delle mura domestiche. I carabinieri hanno sequestrato diversi coltelli nella casa, compatibili con le ferite trovate sul corpo della giovane vittima. I dettagli emersi dalle indagini mostrano una dinamica studiata e non frutto di un raptus. L’elemento di svolta è arrivato proprio con le ammissioni della madre dell’indagato, che ha confessato di aver cercato di eliminare le tracce per proteggere il figlio. Il suo gesto ha offerto alla magistratura la chiave per leggere l’omicidio non solo come un atto individuale, ma come il prodotto di una rete familiare di tolleranza e giustificazione della violenza.

Una madre che protegge, un sistema che crolla

La figura della madre che interviene non per fermare ma per coprire ha lasciato sgomenta l’opinione pubblica. Non è solo una questione penale. È anche un nodo sociale: la protezione cieca che si esercita all’interno della famiglia, anche a costo di favorire un crimine, è il riflesso di un modello culturale che legittima l’impunità maschile. In questa dinamica, la vittima scompare due volte: nel corpo e nella memoria. L’identità di chi è stato ucciso si dissolve nell’alibi costruito attorno all’assassino, spesso rafforzato da legami affettivi che diventano strumenti di occultamento, non di verità.

Terni, l’addio a Ilaria Sula e la voce dei territori
Il dolore che attraversa l’Italia dopo l’ennesimo femminicidio h a Terni, dove si sono svolti i funerali di Ilaria Sula. L’Italia dei territori è attraversata da una litania continua di lutti femminili, che raramente si traducono in cambiamenti strutturali. A ogni omicidio seguono le condanne morali e gli appelli pubblici, ma le statistiche restano stabili: una donna ogni tre giorni viene uccisa per mano di un uomo con cui aveva un legame sentimentale.

Un sistema culturale che protegge chi uccide
Il caso di Roma mostra con evidenza la necessità di ripensare le strategie di contrasto alla violenza sulle donne. Non basta più puntare solo sulla repressione del singolo autore: occorre interrogare le reti affettive e culturali che rendono possibile l’eliminazione fisica di una donna. Quando una madre sceglie di proteggere un figlio assassino invece di denunciare, quando una comunità preferisce il silenzio all’intervento, allora la responsabilità si dilata e il crimine diventa sistema. La violenza si alimenta anche dell’omertà, dell’indulgenza, della pietà mal riposta.

Il ruolo delle famiglie, tra rimozione e complicità

La violenza domestica è spesso il risultato di percorsi lunghi e tollerati. All’interno delle famiglie, il controllo, l’umiliazione, il dominio maschile vengono normalizzati fino a quando la violenza non esplode. E anche dopo, spesso, si attiva un meccanismo di protezione dell’aggressore. Il gesto della madre di Mark Samson è emblematico: non è l’eccezione, ma il sintomo più eclatante di una mentalità che continua a dare più valore al legame familiare che alla giustizia. È su questo piano che si gioca oggi la sfida più difficile: rompere il patto del silenzio che copre chi uccide.

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