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Prestiti in ripresa: imprese trainano, farmaceutica sprinta

- di: Marta Giannoni
 
Prestiti in ripresa: imprese trainano, farmaceutica sprinta

Dai numeri di Banca d’Italia un segnale che pesa: a novembre i finanziamenti accelerano, mentre l’orizzonte globale resta agitato e l’industria arranca. Sullo sfondo, una sorpresa made in Italy: la farmaceutica corre più del resto della manifattura.

(Foto: la sede della Banca d’Italia, in via Nazionale a Roma).

C’è un dato che, da solo, racconta un cambio di ritmo: i prestiti bancari al settore privato tornano a spingere. Nelle statistiche diffuse da Banca d’Italia con dati aggiornati a novembre, la crescita annua dei finanziamenti sale al 2,1%, dal 1,8% del mese precedente. Non è un balzo spettacolare, ma è un’accelerazione netta in una fase in cui le imprese, in teoria, dovrebbero muoversi con il freno a mano tirato.

Il “motore” è proprio lì: nelle aziende. I prestiti alle società non finanziarie passano a +1,8% (da +1,1%), mentre quelli alle famiglie restano stabili a +2,3%. Tradotto: la domanda di credito non è solo difensiva o legata al consumo, ma torna a essere legata a scelte industriali, scorte, investimenti, riorganizzazioni. E, nel mezzo, le banche registrano anche una crescita dei depositi del settore privato del 2,6%, segno che la liquidità non è sparita: sta scegliendo come posizionarsi.

Il capitolo tassi, poi, è la parte “silenziosa” ma decisiva: i costi del credito non sono scesi a valanga, però si sono mossi poco, e questo aiuta le decisioni. Per i nuovi mutui casa, l’indicatore di costo complessivo (APRC) si colloca al 3,72% (da 3,73). Sui nuovi prestiti alle imprese, il tasso medio è al 3,52% (da 3,53). È la fotografia di una fase in cui il credito non costa poco, ma smette di cambiare pelle ogni mese: e l’incertezza, per chi investe, spesso è più tossica di mezzo punto di interessi.

Eppure il contesto non invita all’entusiasmo facile. L’Italia si muove su una crescita contenuta e irregolare, con la manifattura che continua a vivere un ciclo complicato. Le proiezioni macroeconomiche di Banca d’Italia (pubblicate a dicembre) indicano un Pil a +0,6% nel 2025 e ancora +0,6% nel 2026, con un rafforzamento graduale negli anni successivi. In questo quadro, l’accelerazione del credito alle imprese somiglia a un segnale “in anticipo”: come se una parte del sistema produttivo stesse provando ad agganciare, o preparare, una fase più favorevole.

Qui entra in scena Istat, con una nota che mette ordine (e un po’ di ansia) nel panorama internazionale: negli ultimi mesi del 2025, tra attenuazione delle tensioni commerciali e calo dei tassi, l’incertezza si è ridotta; ma l’inizio del 2026 porta nuove scosse. “Nuovi focolai di instabilità”, scrive l’Istituto, che alimentano le attese di rallentamento dell’economia mondiale. E quando il mondo rallenta, un Paese esportatore come l’Italia sente il colpo: magari non subito, ma quasi sempre prima o poi.

Non serve essere geopolitologi per capire perché le imprese contino i giorni e non i mesi: tra conflitti, rotte energetiche e catene di fornitura, la volatilità resta alta. L’effetto immediato non è soltanto “paura”, ma una selezione brutale: chi ha margini e domanda tiene, chi è schiacciato dai costi o dalla debolezza degli ordini resta indietro. Il risultato, spesso, è un’Italia a due velocità: da una parte settori tradizionali in sofferenza, dall’altra filiere che trovano sbocchi e scalano.

Ed è qui che spunta la sorpresa più rumorosa: la farmaceutica. Sempre nella nota di Istat, il settore viene descritto come in forte dinamismo, con una performance superiore al resto della manifattura sia per produzione sia per scambi. Tra gennaio e ottobre 2025, l’export di prodotti farmaceutici è cresciuto in media del 33,7% e l’import del 44,6%, portando il peso del comparto a oltre il 10% dell’interscambio nazionale. In altre parole: mentre alcune catene industriali faticano a ripartire, i medicinali e le tecnologie collegate si stanno ritagliando un ruolo da “locomotiva”.

C’è anche un dettaglio che conta, perché racconta dove si sta spostando la domanda: gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo centrale nella crescita delle esportazioni farmaceutiche italiane, diventando un partner commerciale chiave in questa fase. È una buona notizia, ma anche una notizia “con condizioni”: se i mercati si irrigidiscono e tornano barriere o politiche commerciali più dure, il rischio non è teorico. La stessa Banca d’Italia, nelle sue analisi, segnala come le prospettive possano essere condizionate da politiche commerciali più restrittive e dalla volatilità finanziaria.

E allora la domanda diventa: perché il credito alle imprese accelera proprio adesso? Una spiegazione plausibile è che gli investimenti stiano provando a rimettersi in moto, sostenuti anche dal calendario del Pnrr e da condizioni finanziarie più “leggibili” dopo la fase di rialzi. Non vuol dire che il sistema sia guarito: significa che una parte del tessuto produttivo, soprattutto quello più strutturato e internazionale, sta tornando a pianificare. Nel credito, spesso, la psicologia conta quasi quanto i bilanci: se le aziende chiedono più finanziamenti, vuol dire che almeno alcune vedono opportunità da inseguire.

Per famiglie e imprese, il punto pratico è uno: la fase dei tassi “a montagne russe” sembra essersi trasformata in una fase di assestamento. “I tassi… si sono mossi poco”, suggeriscono i dati, e per i mutui questo fa la differenza tra rinviare una scelta e firmare un contratto. Per le aziende, la stabilità riduce la tentazione di congelare gli investimenti in attesa del “momento perfetto”, che quasi mai arriva.

Il quadro, insomma, è fatto di segnali incrociati: prestiti che riprendono fiato, un mondo che rallenta, e un settore – la farmaceutica – che si comporta da eccezione brillante. Se questa accelerazione del credito sarà l’inizio di un ciclo più robusto o soltanto un rimbalzo tecnico lo diranno i prossimi mesi. Ma un punto è già chiaro: il termometro del sistema bancario sta registrando più movimento, e in economia il movimento conta quasi sempre più delle dichiarazioni.

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