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Troppi precari nel sostegno, un costo economico che l’Italia continua a pagare

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Troppi precari nel sostegno, un costo economico che l’Italia continua a pagare

La precarietà dei docenti di sostegno non è solo una questione di diritti, ma anche un problema economico strutturale. A certificarlo è il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, che ha condannato l’Italia per l’uso sistematico di contratti a termine nel sostegno scolastico. Una scelta che, oltre a violare la Carta sociale europea, produce inefficienze, sprechi e costi indiretti per l’intero sistema dell’istruzione.

Troppi precari nel sostegno, un costo economico che l’Italia continua a pagare

Dal punto di vista economico, il ricorso strutturale al lavoro precario consente allo Stato una flessibilità di breve periodo sulla spesa per il personale, ma genera effetti distorsivi nel medio-lungo termine. Il turnover elevato comporta continui costi amministrativi, perdita di competenze e una minore efficacia complessiva del servizio. Ogni anno scolastico riparte da zero, con nuove assegnazioni e nuove supplenze, riducendo il rendimento della spesa pubblica.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda la formazione. Circa il 30 per cento dei docenti di sostegno non ha potuto seguire un percorso formativo adeguato. Dal punto di vista dell’economia pubblica, questo significa allocare risorse su personale che non viene messo nelle condizioni di operare al massimo delle proprie capacità. La spesa c’è, ma il ritorno in termini di qualità del servizio è ridotto, con un evidente problema di inefficienza nell’uso dei fondi.

La precarietà ha poi un impatto economico indiretto sugli studenti con disabilità. La mancanza di continuità didattica e di personale stabilmente formato compromette l’efficacia dei percorsi inclusivi, aumentando il rischio di difficoltà scolastiche e di esclusione sociale. Nel lungo periodo, questi effetti si traducono in maggiori costi assistenziali e sociali, che finiscono per gravare sulla finanza pubblica ben oltre il perimetro della scuola.

La decisione del Comitato europeo mette così in luce una contraddizione di fondo nelle politiche italiane: il sostegno continua a essere trattato come una voce flessibile di spesa, anziché come un investimento strutturale. Stabilizzare i docenti e garantire una formazione adeguata comporterebbe un impegno iniziale maggiore, ma ridurrebbe sprechi e inefficienze nel tempo, migliorando il rendimento complessivo del sistema educativo.
In questa prospettiva, la condanna europea assume anche il valore di un richiamo di politica economica. Continuare a gestire il sostegno con logiche emergenziali significa accettare un modello costoso e poco efficace. Investire nella stabilità del personale e nel capitale umano, al contrario, significherebbe trasformare una spesa ricorrente in un investimento produttivo, capace di generare benefici sociali ed economici duraturi.

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