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Nel nome di Kirk, destra europea all’attacco di Bruxelles

- di: Marta Giannoni
 
Nel nome di Kirk, destra europea all’attacco di Bruxelles
Nel nome di Kirk, destra europea all’attacco di Bruxelles
Martirio mediatico e guerra culturale: la nuova offensiva anti-UE.

(Foto: Victor Orbàn, a destra, con Santiago Abascal).

La morte di Charlie Kirk è diventata il detonatore simbolico di un racconto politico che l’estrema destra europea utilizza per marcare una frattura con Bruxelles. Nel suo nome, leader e movimenti “patriottici” orchestrano una sfida culturale e istituzionale che travalica i confini nazionali, trasformando il lutto in bandiera identitaria e in strumento di mobilitazione.

Il caso Kirk

Kirk, figura di riferimento per il conservatorismo giovanile, viene assunto come martire della libertà di parola. Il suo nome diventa la cornice emotiva per una narrazione che oppone “popoli” e “burocrazie”, “tradizioni” e “globalismo”, diritti civili e ordine morale. In questa chiave, ogni rifiuto istituzionale di gesti simbolici viene letto come conferma di una presunta ostilità delle élite europee verso l’universo valoriale della destra.

La cornice anti Bruxelles

Il lessico scelto è programmatico: “califfato di Bruxelles”, “globalisti”, “odiatori”. L’Unione è dipinta come un centro normativo invasivo che svuota la sovranità nazionale, impone standard culturali e frena la crescita con regole e debito. La guerra culturale diventa così architrave della competizione politica europea, riducendo lo spazio per compromessi su migrazioni, bilancio e stato di diritto.

Leader e messaggi

Nel mosaico delle destre, i registri cambiano ma il perimetro è comune. Giorgia Meloni insiste sul discrimine fra libertà e intolleranza, richiamando il valore del sacrificio. Matteo Salvini promette di parlare ai giovani “nelle scuole e nelle università” per difendere i valori. Viktor Orbán attacca i “globalisti” e invita a un’Europa che torni alle nazioni. Javier Milei galvanizza: “Viva la libertad, carajo!” — Javier Milei. Nel finale, Santiago Abascal alza il tono contro immigrazione irregolare e identità europea percepita come ostile: “Non accetteremo che sia proclamato il califfato di Bruxelles”.

Cosa rischia l’europa

Questa strategia produce effetti a catena. Primo: radicalizzazione dell’elettorato con un’identità politica definita per opposizione. Secondo: paralisi negoziale su dossier chiave, dalla difesa alla transizione energetica. Terzo: polarizzazione del discorso pubblico, dove simboli e appartenenze sostituiscono i trade-off di politica economica. Quarto: spinta imitativa su partiti moderati, attratti dal linguaggio muscolare per non cedere consenso.

La partita a Bruxelles

La Commissione e l’Europarlamento si muovono in un terreno scivoloso: difendere procedure e competenze senza alimentare la percezione di arroganza. Il punto è se le istituzioni sapranno riconquistare fiducia con scelte leggibili su crescita, lavoro e sicurezza, evitando che la narrazione del “noi contro loro” si cristallizzi nel senso comune.

Nel nome di Kirk

Nel nome di Kirk, la destra europea ha trovato una parola d’ordine unificante. La risposta, per essere efficace, non può essere solo difensiva: occorre un’agenda propositiva che coniughi identità pluraliste e capitale sociale, sicurezza e diritti, autonomia strategica e mercato. Altrimenti, la guerra culturale rischia di diventare il frame stabile della politica europea, spostando l’asse del dibattito e il baricentro del potere. 

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