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Pensioni, la soglia si alza e diventa strutturale: la manovra fissa il percorso verso i 70 anni

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Pensioni, la soglia si alza e diventa strutturale: la manovra fissa il percorso verso i 70 anni

L’innalzamento dell’età per andare in pensione non è un effetto collaterale ma una scelta strutturale della manovra, che consolida il collegamento automatico tra requisiti anagrafici e aspettativa di vita. Il governo considera inevitabile questo meccanismo per sostenere i conti pubblici nei prossimi anni, mentre Inps e Ragioneria avvertono che senza correttivi l’età di uscita dal lavoro arriverà a 69 anni nel 2050 e a 70 nel 2067. La finanziaria disegna quindi una cornice stabile che rende l’allungamento dell’attività lavorativa un fattore permanente dell’equilibrio previdenziale.

Pensioni, la soglia si alza e diventa strutturale

Il tema non è solo demografico, ma anche di bilancio. Nel 2028 la spesa sanitaria scenderà al 5,9% del Pil, mentre quella previdenziale continuerà a crescere perché i pensionati aumenteranno più dei lavoratori attivi. Il governo ha scelto di intervenire non allargando la platea dei benefici, ma prolungando la permanenza in attività e restringendo le vie d’uscita anticipate. La disattivazione di Quota 103 e l’assenza di nuove forme di prepensionamento non sono una pausa temporanea: sono un segnale politico e contabile preciso, che punta a mantenere il Pil “agganciato” alla forza lavoro.

Dal 2027 gli scatti automatici
Gli adeguamenti scatteranno già nel 2027 con un primo aumento di un mese, seguito da due nel 2028 e altri due nel 2029. Numeri piccoli, ma indice di una tendenza permanente. Una volta completato il primo ciclo, la soglia salirà a 67 anni e 5 mesi per la pensione di vecchiaia; per quella anticipata serviranno 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne. Il governo considera questo percorso la “linea di sicurezza” per evitare squilibri futuri sulla spesa previdenziale.

Una manovra che cristallizza le differenze
Il testo conferma eccezioni solo per chi svolge lavori gravosi o usuranti, ma si tratta di circa l’1,7% dei potenziali futuri pensionati: una percentuale che di fatto non incide sulla platea complessiva. Per il resto, le carriere più frammentate o con salari più bassi saranno le più penalizzate. La manovra non introduce flessibilità in uscita per chi non dispone di requisiti contributivi pieni, legando la sostenibilità del sistema a una permanenza più lunga nel mercato del lavoro piuttosto che a una redistribuzione tra generazioni.

Generazioni di mezzo, l’asse più fragile
Gli effetti economici non ricadono su chi è già prossimo alla pensione ma sui nati tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta, che dovranno costruire trattamenti previdenziali più leggeri con carriere più lunghe. Per chi ha 40 o 50 anni oggi, la prospettiva di un’uscita a 67 anni diventa residuale: sempre più spesso serviranno 68, 69 o 70 anni, a meno che non intervengano in futuro nuove norme correttive. Di fatto, la manovra stabilizza la filosofia del “restare al lavoro più a lungo per ricevere di meno”.

Il fronte sindacale
Dal lato sociale, Cgil, Cisl e Uil parlano di una “manovra silenziosamente restrittiva”, che usa l’inerzia normativa come strumento di aggiustamento senza dichiararlo apertamente. La critica centrale è che il governo non spende, ma lascia scorrere il meccanismo automatico dell’aspettativa di vita come leva di bilancio. In parallelo, la Ragioneria conferma che il nodo vero resterà il rapporto tra lavoratori e pensionati nei prossimi trent’anni.

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