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Oxford ci avverte: senza immigrazione l’Italia non rallenta, si restringe

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Oxford ci avverte: senza immigrazione l’Italia non rallenta, si restringe

C’è un dato che nel dibattito pubblico continuiamo a trattare come se fosse un tema umanitario. Invece è un bilancio economico. Lo studio dell’International Migration Institute dell’Università di Oxford, ripreso anche da Confindustria, dice una cosa semplice: l’Italia non ha il “problema” dei migranti. Ha il problema dell’assenza di migranti. E il costo, se non si interviene, sarà industriale prima ancora che sociale.

Oxford ci avverte: senza immigrazione l’Italia non rallenta, si restringe

Paese a natalità in calo cronico, con età media in continua salita, senza immigrazione l’Italia perde forza lavoro, contributi previdenziali e capacità produttiva. Non in trenta anni: nei prossimi tre-cinque. È il genere di curva demografica che non si raddrizza con bonus una tantum o slogan generazionali. Si raddrizza con persone.

Il mercato del lavoro parla chiaro: i posti esistono, i lavoratori no
Unioncamere quantifica: 600mila lavoratori necessari nel 2025. Non per un piano Marshall tecnologico. Per mansioni che tengono in piedi la quotidianità: agricoltura, edilizia, assistenza, logistica, ristorazione. Il mito della “caccia ai cervelli stranieri” è un diversivo. La domanda reale è di figure intermedie e basse, quelle che fanno funzionare un’economia. E non si trovano dentro i confini nazionali, né nel Sud né in altre regioni europee.

L’Est Europa non è più il serbatoio del 2004
I Paesi che un tempo mandavano lavoratori ora li cercano. Polonia, Croazia e un pezzo del centro-est stanno ripercorrendo la traiettoria italiana: invecchiamento più benessere interno equivalgono a meno emigrazione. Nel frattempo loro hanno già siglato accordi per importare personale da Asia e Africa. Mentre noi discutiamo se aprire o chiudere, qualcun altro firma contratti.

Il sistema italiano ha il freno tirato: domanda alta, permessi bassissimi
I numeri sono l’atto d’accusa più eloquente: 680mila richieste delle imprese, 151mila visti concessi, appena 9mila permessi effettivi. Considerati i tempi delle pratiche, l’assunzione di un lavoratore straniero in Italia è una forma di investimento di rischio. Con il paradosso che il Paese ha bisogno di manodopera, ma rende difficilissimo portarla legalmente.

Non chiediamo le competenze: chiediamo la religione
L’altro cortocircuito è culturale. Il sistema non valuta il profilo lavorativo di chi arriva: non domanda che mestiere sapesse già fare. Ma compila caselle su confessione religiosa o servizio militare. L’effetto economico è che ogni inserimento diventa artigianale, caricato sulle spalle delle imprese e del Terzo settore.

Il vero spartiacque: non quanti entrano, ma chi fa funzionare l’inserimento
Solo le aziende medio-grandi riescono a reggere la burocrazia. Le Pmi — cioè l’Italia produttiva — no. E infatti la differenza tra dichiarazioni e posti occupati si crea lì. Inoltre, come ricorda Oxford, un Paese che non importa persone non importa lavoro: importa stagnazione.

Il punto politico
La discussione italiana sulla migrazione continua a ruotare su emergenza e percezione. Ma la linea del problema è ormai industriale: chi rifiuta l’ingresso regolare non difende la produzione nazionale, la riduce. Il 10 novembre a Verona imprese e Terzo settore discuteranno di come uscire dall’eccezionalismo per entrare nella normalità: trattare la forza lavoro estera non come “tema di cronaca”, ma come politica economica permanente.

Perché se l’Italia vuole rimanere manifatturiera, la domanda giusta non è “quanti arrivano?”, ma “quanto resta in piedi se non arrivano?”.

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