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Osservatorio Cpi: Reddito di cittadinanza, come sta andando e come può essere migliorato

- di: Giuseppe Castellini
 
Osservatorio Cpi: Reddito di cittadinanza, come sta andando e come può essere migliorato
“A più di due anni dalla sua introduzione, il Reddito di Cittadinanza  ha attenuato l’incidenza della povertà nelle famiglie italiane, ma presenta diverse criticità che ne limitano l’efficacia: 1) l’attuale scala di equivalenza sfavorisce le famiglie numerose con minori; 2) i criteri di accesso escludono la maggior parte delle famiglie extra-comunitarie e, complessivamente, circa la metà delle famiglie in povertà assoluta; 3) l’entità del sussidio non tiene conto del costo della vita nelle diverse aree geografiche e nei comuni di dimensioni diverse. Inoltre, solo una piccola minoranza dei beneficiari idonei a lavorare ha trovato un’occupazione tramite i Centri dell’impiego; un motivo è la perdita del sussidio una volta che il beneficiario inizia a lavorare, il che disincentiva la ricerca di un lavoro regolare”.

Così, in estrema sintesi, il Report dell’Osservatorio conti pubblici italiani (Osservatorio Cpi), diretto da Carlo Cottarelli, che fa il punto sul Reddito di Cittadinanza a due anni dalla sua introduzione e avanza proposte per migliorarlo.
Dal Report, realizzato da Salvatore Liaci, emerge sostanza che è necessario rivedere la struttura del RdC per raggiungere gli obiettivi con più efficacia. Da un lato, bisogna rivedere i criteri di accesso e la scala di equivalenza, avvicinandoli in parte a quelli del Reddito di Inclusione, pur mantenendo benefici più generosi di quest’ultimo.

Dall’altro, vi è ampio consenso sull’introduzione di un parziale sussidio al reddito da lavoro anche dopo l’accettazione dell’offerta. Accanto a ciò, per l’Osservatorio Cpi andrebbe migliorato il percorso di inserimento nel mondo del lavoro, incentivando il coinvolgimento delle imprese private e migliorando il coordinamento e il contenuto delle politiche attive, come suggeriscono le esperienze degli altri paesi.

Reddito di Cittadinanza: dove migliorare e cosa non sta funzionando

La struttura attuale del RdC presenta diverse criticità.
La prima è nella scala di equivalenza applicata. Il beneficio del RdC consiste in una parte, calcolata come la differenza tra la soglia di 6.000 euro annui (500 mensili) e il reddito familiare, e un’altra pari al canone dell’affitto per un massimo di 3.360 euro annui (280 mensili). La prima parte è moltiplicata per un coefficiente, secondo una ‘scala di equivalenza’ che cresce all’aumentare del nucleo familiare. Ma dato che per i nuclei con un unico componente si è voluto mantenere un beneficio ben più elevato di quello previsto dal ReI, al fine di contenere la spesa, la scala di equivalenza è stata appiattita rispetto agli standard generalmente utilizzati a livello internazionale. Ad esempio, per un single residente in affitto, il beneficio massimo è di 780 euro mensili (500 euro + 280 per l’affitto), mentre per un nucleo di 5 componenti (2 adulti e 3 minori), in affitto, il massimo è di 1.280 euro mensili. Di conseguenza, sono sfavorite le famiglie numerose con minori, per le quali è maggiore l’incidenza della povertà.

La seconda criticità riguarda lo squilibrio territoriale. Al 2020, la quota maggiore di nuclei beneficiari risiede nel Mezzogiorno (per il 60 per cento) ed è superiore alla quota delle famiglie in povertà assoluta che vivono nella stessa area (38,6 per cento). Inoltre, il RdC è uguale su tutto il territorio nazionale e non tiene conto che il costo della vita (e quindi la soglia di povertà) è più alto nel Nord e nel Centro Italia e nelle grandi città. Ad esempio, per un singolo adulto (tra i 18 e i 59 anni, in un comune con più di 50.000 abitanti) la soglia di povertà assoluta nel Nord è di 799 euro al mese, nel Centro di 761 euro e nel Mezzogiorno di 606 euro. Inoltre, la soglia di povertà è di 840 euro in una grande città metropolitana del Nord (con esclusione delle aree periferiche) e di 754 euro nei comuni fino a 50.000 abitanti (differenze simili si trovano anche per le diverse tipologie di comuni nel Centro e nel Mezzogiorno).

La terza riguarda criticità concerne i criteri anagrafici. Per richiedere il RdC bisogna essere cittadini italiani (o di un paese Ue) o avere residenza in Italia da almeno dieci anni. Tale condizione esclude molte famiglie di extra-comunitari che percepiscono solo il 9 per cento del RdC, pur rappresentando circa il 30 per cento delle famiglie in povertà assoluta. Il RdC così strutturato esclude dai potenziali beneficiari il 50 per cento delle famiglie in povertà assoluta (secondo le stime del modello di Banca d’Italia). Occorre poi aggiungere che una quota di beneficiari non si trova in quelle che l’Istat definisce condizioni di povertà assoluta, perché legittimamente richiede il RdC rispettando i requisiti (ad esempio i single sono spesso beneficiari, anche se non sono considerati poveri dall’Istat) oppure perché li rispetta solo travisando il proprio status economico reale.

Per migliorare lo strumento, per l’Osservatorio “si potrebbe tornare a una scala di equivalenza e a un criterio per la residenza (2 anni invece dei 10 del RdC) analoghi a quelli che erano previsti dal Reddito di Inserimento, anche riducendo l’importo massimo per i nuclei a unico componente. In questo modo si migliorerebbe la condizione economica delle famiglie numerose con minori e verrebbero incluse più famiglie extra-comunitarie. Si potrebbe inoltre considerare di differenziare i benefici in base ai parametri, come l’area geografica e la dimensione del comune, che l’Istat utilizza per stimare la povertà assoluta”.
Sul fronte delle criticità mostrate dal RdC sull’inserimento nel mondo del lavoro, l’Osservatorio Cpi indica che “si potrebbe rafforzare l’affiancamento ai Centri per l’impiego delle imprese private che si occupano di formazione e reclutamento. Uno strumento già esistente è l’’assegno di ricollocazione’, un voucher che i beneficiari di RdC possono spendere presso tali imprese, ma che è stato attivato solo da 423 beneficiari all’aprile del 2021 (dati Anpal). Il ricorso ai voucher andrebbe incentivato: il sussidio al reddito da lavoro, come delineato sopra, potrebbe spingere i beneficiari a utilizzare gli strumenti disponibili per la ricerca del lavoro”.
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