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Governo: a che servono idee e progetti se poi non si decide?

- di: Diego Minuti
 
Quali possono essere le letture di Giuseppe Conte, i libri che ha sul comodino e che divora nell'attesa che giunga il ristoro del sonno, dopo ore ed ore trascorse al timone del vascello Italia, sbattuto dalla quotidiana procella, sia che venga dal Nord (Europa) o da Est o Ovest (alleati o presunti tali)?
Forse un romanzo d'avventura, nel cui indomito e coraggioso protagonista riconoscersi magari quando salva la principessa che, rinserrata nella torre, cerca di scampare all'attacco del fellone; forse un testo dell'amata filosofia del Diritto.

Ma, ad essere cattivi, forse su un libro possiamo essere sicuri che stia in cima alla pila di volumi accanto al letto meno invidiato d'Italia: ''Elogio della lentezza'', pubblicato nel 2014 e scritto dal professor Lamberto Mattei.

Una lettura che forse ha influenzato Conte, non tanto per il suo contenuto (essenzialmente scientifico), quanto perché ci si ritrova nel suo modo di ''governare'' (o comunque si possa chiamare la sua conduzione dell'esecutivo), all'insegna del ''pensiamoci, riflettiamo, cogitiamo e poi, se del caso, eventualmente, decidiamo, magari di non fare nulla''.
Di certo, la velocità nelle decisioni e nel dare corso alla loro attuazione non sembra al momento essere l'elemento caratterizzante di un governo che vive le contraddizioni di due distinte ed antitetiche ideologie.

E, al centro del fiume, in attesa di decidere se andare su una riva o sull'altra, oppure continuare a nuotare in avanti, senza una meta ben precisa, c'è lui, Giuseppe Conte, che ha tanti, tantissimi meriti, ma al quale manca l'umiltà (o l'acume politico, fate voi) di riconoscere che la sua tattica attendista non porta da nessuna parte o, usando lo stesso verbo ma con diversa accezione, non porta risultati.

Quello che un tempo era il primato della politica stava a significare che si riconosceva a chi reggeva le sorti politiche del Paese di agire con un obiettivo ben preciso. Difficile, sbagliato, azzardato, ma almeno un obiettivo c'era.

Oggi, con Giuseppe Conte presidente del Consiglio, quello che sembra mancare è la certezza nel traguardo da inseguire e la radice di questo (presunto) errore è che il primo ministro ancora non dà l'impressione d'avere le idee chiare su cosa egli sia e su quali siano le sue prerogative, come premier espresso da una maggioranza posticcia dal momento che non è resa tale dall'esito delle elezioni.

L'idea che il presidente del Consiglio dà è che si muova a seconda della contingenza, facendo l'occhiolino a chi, in quel preciso momento, avanza proposte che sembrano aiutarlo. Ma forse non si rende conto di trovarsi tra due modi di pensare il governo del Paese talmente diversi da apparire antitetici. La diatriba sull'utilizzo del Mes è l'ennesima conferma (che l'Italia paga sulla sua pelle) di concezioni differenti tra alleati, che fanno emergere le origini ideologiche e lontane di Pd e Cinque stelle, con questi ultimi che non possono certo cancellare lo stigma del 'profumo di destra' che li aveva portati ad abbracciare il boa Lega che li ha stritolati ben bene, senza che loro se ne accorgessero.

A Conte, a questo punto del suo cammino politico, si possono solo fare gli auguri affinché la sua uscita di scena non coincida con l'andata a picco dell'Italia. A volere essere benvoluto da tutti si finisce per essere odiato da una parte e dall'altra e questo Conte sembra averlo capito e quindi avere deciso di conseguenza, riconsegnando il suo futuro nelle mani del movimento che lo ha portato a Palazzo Chigi.

Anche se sa che i Cinque stelle, indecisi tra l'iniziale furore dell'anti-politica e l'attuale assuefazione ai riti del potere, restando ben saldi sul dire di no a tutto.
E questo lo ha capito il più acuto analista politica del momento, il prof.Maurizio Crozza, che ha inchiodato Conte sul suo piano: non fare niente.
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