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Covid-19: Conte, da avvocato degli italiani a primus e basta

- di: Diego Minuti
 
31 luglio, 31 ottobre o 31 dicembre: quale che sia la data che, alla fine, il presidente del Consiglio sceglierà per mettere un termine allo stato di emergenza, con i poteri che, da ciò, continueranno a derivargli, il problema che occorrerebbe mettere al centro di un eventuale dibattito è non tanto per quanti giorni questa condizione continuerà, ma se tale situazione sia politicamente e costituzionalmente ineccepibile.

Per evitare d'essere frainteso, reputo le argomentazioni usate dalle opposizioni di centrodestra solo idee che corrono nell'aria (come quando Salvini ha rivendicato agli italiani la “libertà di amare”, uno slogan che fa tanto figli dei fiori), solo tentativi di buttarla in bagarre, come si potrebbe dire. Perché tali argomentazioni non toccano, a mio avviso, il cuore del problema, che è quello che un presidente del Consiglio - Giuseppe Conte è “solo” pro tempore - non può pensare di informare la sua azione per un lungo periodo ad una decretazione d'emergenza che, se diventa consuetudine, acquista un profilo costituzionale ben diverso.

Sabino Cassese ormai da settimane, dalle pagine del Corriere della Sera, batte su questo punto, con giudizi che sono inequivocabilmente degli atti d'accusa su come Conte (ed i suoi consiglieri) ha deciso di affrontare, dal punto di vista dei poteri di Palazzo Chigi, la crisi da Covid-19.
Il diritto eccezionale, ha scritto Cassese, non può diventare la regola. Perché, ha scritto l'ex giudice della suprema corte sul Corriere, “non è fisiologico governare con mezzi eccezionali”.
Insomma, il presidente del Consiglio - e con lui la maggioranza che lo ha espresso e che, fino a prova del contrario, ne condivide linea politica e decisioni - non può pensare di andare avanti a colpi di decreti, evitando il confronto in Parlamento sul loro contenuto.

Un Parlamento, come detto dal presidente del Senato, Casellati, che si trova oggi nella condizione solo di votare i provvedimenti e non di poterne parlare, discutere, dibattere, magari con la speranza di modificarne il testo.
La decretazione d'emergenza, quindi, almeno nell'accezione che ad essa sembra averle dato Conte, sta nei fatti ed ha ridimensionato in modo profondo il ruolo delle Camere, facendo di Palazzo Chigi non il promotore di provvedimenti, ma, contemporaneamente, il soggetto che elabora e quello che approva, con l'aiuto della maggioranza, anch'essa monca di potere decisionale, consapevole come è di non potere che dare il suo “sì”, pena la caduta del governo, nuove elezioni e, probabilmente per molti parlamentari, l'addio a Camera o Senato.

Invito, chi ne abbia tempo e pazienza, a ricordare come Giuseppe Conte si era presentato alla gente, dicendo di volere essere l'avvocato degli italiani. Non mi pare che questa premessa sia stata onorata, perché l'esecutivo sembra essere compresso, nel suo essere espressione di una maggioranza complessa e mai coesa, dalla consapevolezza della gravità del momento e dall'impossibilità di eccepire, nelle sedi deputate, al modo di Conte di interpretare il suo ruolo, che non è più certamente quello di primus inter pares. Ma solo primus e basta.
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