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Acea: un gigante dell'energia che si rifiuta di rispondere del proprio operato

 
In ogni libro giallo che si rispetti, ad ogni mistero sempre (o quasi) corrisponde il suo disvelamento, affidato a un investigatore, un poliziotto, quando non è una casalinga, un prete o addirittura un pastore tedesco. Ma ci sono misteri che restano tali per sempre perché chi veglia sulla loro indecifrabilità lo fa con scientifica cura dei particolari e, quando non possono celare, diventano arroganti.

È quello che sta accadendo nell’amministrazione capitolina, dove c’è qualcuno che pensa di essere al di sopra di tutto o, in alternativa, di essere in missione per conto di Dio, come i mitici fratelli Blues. E se si stanno facendo gli interessi del Padreterno ci si può anche rifiutare di fare quello per il quale si è pagati. Ad esempio rispondere delle proprie azioni. Parliamo dell’Acea che, nelle ultime settimane, si sta sistematicamente rifiutando di fare la cosa più semplice, rispondere del proprio operato. Ma evidentemente questo non compare nel campionario dei comportamenti concessi all’Acea. Un esempio che è tanto esplicativo quanto banale riguarda la mancata comparizione dei vertici Acea ai lavori della Commissione Trasparenza.

Davanti all’organismo comunale, l’Acea avrebbe dovuto esporre il piano industriale e, se del caso, rispondere a delle domande su cosa i suoi vertici abbiano fatto e, soprattutto, perché. Ma evitando il confronto diretto è chiaro che le domande resteranno lì, come colpi in canna senza che nessuno sia messo in condizione di premere l’ideale grilletto.
Quindi mistero e nessuno potrà scoprire chi è l’assassino, chi ha ucciso il dialogo, il confronto. Insomma, quella Trasparenza cui fa riferimento, evidentemente con una dose eccessiva di ottimismo, la commissione del Comune.

Stefano Fassina ha definito questo comportamento ‘‘inaccettabile, una grave offesa alle istituzioni, ai cittadini di Roma’’, anche perché si trattava di una semplice audizione, senza che nessuno si potesse sentire sotto accusa.
L’Acea, ormai un gigante dell’industria energetica, doveva essere il fiore all’occhiello della nuova amministrazione, il grimaldello che avrebbe dovuto scardinare il vecchio modo di governare, quello della politica che infiltrava l’economia e si comportava come un saprofita.

Ed invece ormai l’Acea si comporta come un’entità autonoma, che agisce senza dovere rendere conto dei suoi comportamenti, cosa che evidentemente va bene, se porta profitti e, quindi, consenso. A cominciare dalla crociata che si erano intestata il sindaco in pectore, Virginia Raggi, ed i Cinque Stelle, quella della gestione pubblica dell’acqua. Una bella idea, interessante, per certi versi affascinante che è però rimasta lettera morta. A meno che l’Acea non la stia portando avanti in gran segreto, magari programmando di spettacolarizzarne l’esito all’ultimo istante, per vedere l’effetto che fa, come amava dire Enzo Iannacci.

Ma il Ceo di Acea, Giuseppe Gola (nella foto), non ama evidentemente le passerelle, così come i suoi più stretti collaboratori, che sembrano volere evitare il confronto, quasi che abbiano qualcosa da temere. Come se qualcuno, ad esempio, volesse avere chiarimenti su una recente acquisizione, quella di Simam, attraverso l’acquisizione del 70 per cento del capitale, ceduto dal gruppo Asac, che fa capo alla famiglia Rossi. Una operazione certo positiva (la Simam è una azienda che si occupa di impianti per lo smaltimento dei rifiuti), certamente in grado di produrre utili, ma sulla quale forse nessuno ha ancora fornito elementi per giudicarla.

E disertare le occasioni di confronto è cosa che riguarda non solo Acea, ma anche l’assessore Lemmetti, ai quali in sede di audizione alcuni esponenti delle opposizioni volevano chiedere se il suo piano di induzione al fallimento di Ama è finalizzato a trasferire ad Acea le attività a maggior valore aggiunto.
Ovvero, se guai chiamano guai, i denari chiamano denari.
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