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Mercati dei capitali, l’Ue resta indietro. Afme: “Serve una spinta riformatrice sui nodi strutturali”

- di: Alberto Venturi
 
Mercati dei capitali, l’Ue resta indietro. Afme: “Serve una spinta riformatrice sui nodi strutturali”

L’Unione dei mercati dei capitali continua a procedere con passo lento. È il quadro che emerge dal rapporto Afme – l’associazione che rappresenta gli operatori dei mercati finanziari europei – presentato a Bruxelles. I progressi registrati nell’ultimo anno vengono definiti “modesti”, insufficienti a colmare la distanza che separa l’Ue da Stati Uniti e principali economie asiatiche. La frammentazione normativa e l’eterogeneità degli ecosistemi finanziari nazionali continuano a rappresentare uno dei principali ostacoli alla costruzione di un mercato dei capitali pienamente integrato.

Mercati capitali, Ue indietro. Afme: “Serve una spinta riformatrice”

Tra i fattori che frenano lo sviluppo del mercato unico figura la bassa partecipazione delle famiglie agli investimenti finanziari. La fotografia comparata è netta: negli Stati Uniti il risparmio medio pro capite investito in strumenti di mercato tocca 290mila dollari, con spread denaro-lettera sulle azioni tra 3 e 4 punti base. All’opposto, in Bulgaria la quota media si ferma a 3mila euro, con spread che arrivano a 200 punti base. L’Italia si colloca in una fascia intermedia: 46mila euro investiti e spread nell’ordine dei 10 punti base.
Secondo Afme, un incremento del 10% del risparmio retail ridurrebbe le differenze di prezzo del 6%. Un dato che conferma l’impatto diretto della presenza degli investitori domestici sulla liquidità dei listini europei.

Emissioni obbligazionarie in crescita ma mercato azionario debole
Nel comparto obbligazionario l’Ue registra un risultato in forte accelerazione: 256,7 miliardi di euro di emissioni nei primi sei mesi del 2025, con la possibilità di chiudere l’anno al massimo livello dal 2003.
La dinamica non si replica però sul fronte azionario. Le Ipo scendono del 23%, in netto contrasto con Stati Uniti, Cina, Giappone e Australia, dove le nuove quotazioni hanno registrato incrementi compresi fra il 20% e il 60%. Un segnale che evidenzia la scarsa attrattività dei mercati europei per le imprese in fase di crescita e diversificazione delle fonti di finanziamento.

Il peso crescente dei mercati privati
A mutare è invece il mix dei finanziamenti. Fondi di private equity, venture capital e infrastrutturali rappresentano ormai il 20% del totale dei finanziamenti basati sul mercato, contro l’8% registrato nel 2014. Nonostante ciò, il finanziamento complessivo del mercato rimane ancorato al 3% del Pil europeo, molto distante dall’8% statunitense. Una differenza che riflette sia la minore maturità del mercato dei capitali europeo sia la presenza di barriere regolamentari ancora significative.

Farkas (Afme): “Non mancano i capitali, manca una vera integrazione”
Secondo Afme, la questione centrale non riguarda la disponibilità di capitali, ma la capacità del sistema europeo di canalizzarli in modo efficiente verso le imprese. L’architettura regolatoria, ancora frammentata e complessa, resta il principale freno alla competitività.

“Servono riforme decisive nell’ambito dell’Unione del risparmio e degli investimenti per realizzare finalmente l’integrazione dei mercati europei”, sottolinea Adam Farkas, ceo dell’associazione.

Un messaggio diretto alle istituzioni europee alla vigilia della nuova legislatura, chiamate a rilanciare un progetto considerato cruciale per la competitività dell’Unione e la capacità delle imprese di accedere a capitali di lungo periodo.

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