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La Bce: così l’Europa può neutralizzare i dazi di Trump

- di: Marta Giannoni
 
La Bce: così l’Europa può neutralizzare i dazi di Trump
Basta limare i “muri” interni al mercato unico: per la Bce l’antidoto ai dazi Usa è in casa, tra regole, burocrazia e ostacoli nazionali che frenano gli scambi.
 
(Foto: la sede della Bce a Francoforte).

La risposta europea ai dazi americani, almeno sulla carta, non passa solo da negoziati e contromisure. Passa da un dossier molto meno spettacolare ma potenzialmente più efficace: far funzionare davvero il mercato unico. In un’analisi dedicata al “potenziale inespresso” dell’integrazione europea, la Banca centrale europea sostiene che una riduzione anche minima delle barriere interne tra Paesi Ue potrebbe, nel lungo periodo, compensare del tutto l’impatto dei dazi statunitensi sul Pil.

Il punto chiave è la proporzione: secondo la ricostruzione della Bce, tagliare di circa il 2% gli ostacoli che rallentano il commercio intra-Ue su beni e servizi potrebbe generare un aumento di circa il 3% degli scambi interni. Un miglioramento piccolo, quasi “da limatura”, ma con effetti cumulativi importanti. È l’argomento che l’Eurotower usa per ribaltare la prospettiva: se il protezionismo altrui pesa, il vero freno europeo è spesso auto-inflitto.

La stessa Bce quantifica il rischio esterno: fra aumento delle tariffe e “effetto incertezza”, i dazi statunitensi potrebbero erodere complessivamente circa 0,7 punti di Pil nel periodo 2025-2027. L’idea è che una piccola accelerazione del mercato unico, nel tempo, possa sterilizzare quel danno. Non oggi, non domani: il messaggio è che la cura esiste, ma richiede pazienza e soprattutto decisioni nazionali.

Perché “nazionali”? Perché molte barriere non sono scritte nei trattati, ma nelle prassi: autorizzazioni, regole che cambiano da confine a confine, requisiti tecnici duplicati, procedure amministrative che si sommano. In altre parole: non sono dazi doganali, ma si comportano come tali. Ecco perché Christine Lagarde li ha definiti, in più occasioni, una forma di tariffa interna di fatto: “ostacoli aggiuntivi largamente decisi a livello nazionale”. La stima citata spesso nel dibattito è brutale: barriere equivalenti a un “dazio” elevatissimo sui servizi e molto alto sui beni, segno di quanto l’integrazione sia più proclamata che praticata.

La fotografia, però, non è omogenea. Le barriere pesano in modo diverso a seconda del settore e del Paese, e la letteratura economica offre numeri che variano in base a metodi e periodi. Ma l’ordine di grandezza resta un campanello: i costi di scambiare dentro l’Ue, soprattutto nei servizi, rimangono sorprendentemente alti. E questo spiega perché, per la Bce, la partita non sia solo economica: è strategica.

Nell’analisi dell’Eurotower c’è un passaggio che vale come avvertimento: il mercato unico non è soltanto un progetto di prosperità, è anche una prima linea di difesa in un mondo che cambia in fretta. Tradotto: se l’esterno diventa più ostile (dazi, frammentazione, tensioni geopolitiche), l’Europa può reggere meglio solo se riduce le frizioni interne. In questa lettura, la competitività non si costruisce solo con incentivi o slogan, ma con un lavoro “invisibile” di armonizzazione, semplificazione e rimozione di pratiche anti-concorrenziali.

C’è però la clausola che rende il messaggio meno facile da vendere politicamente: i benefici non arrivano subito. La Bce avverte che l’effetto positivo di meno barriere non è immediato e richiede “uno sforzo sostenuto” sul piano amministrativo e nell’attuazione concreta delle misure. In sintesi: non basta annunciare una semplificazione, bisogna farla vivere negli uffici, nei porti, nei controlli, nei moduli, nelle certificazioni.

Qui entra la politica. Ogni governo ha i suoi “perché”: tutela di standard nazionali, protezione di professioni regolamentate, prudenza sui controlli, resistenze burocratiche, timore di perdere margini. Ma l’effetto finale è che l’impresa che esporta da un Paese Ue all’altro, spesso, si muove ancora come se attraversasse micro-frontiere. E quando lo scenario esterno si irrigidisce, questa zavorra diventa più evidente: non puoi lamentarti dei dazi altrui se tieni su i tuoi, anche se non li chiami così.

La spinta della Bce arriva in un contesto in cui Bruxelles sta lavorando a iniziative per rilanciare l’integrazione del mercato interno e diverse capitali tornano a parlare di un’Europa più “funzionante” sul terreno economico. Anche i dati recenti sul commercio intra-Ue, letti da più osservatori, suggeriscono che la dinamica non è quella che ci si aspetterebbe da un mercato pienamente integrato. Ed è proprio su questa distanza tra teoria e pratica che la banca centrale costruisce il suo ragionamento: l’Europa ha margini interni ancora enormi, e sono più rapidi da attivare di quanto sembri.

Il risultato è una tesi quasi provocatoria: per “neutralizzare” i dazi di Donald Trump non serve inventare un’Europa nuova, serve togliere di mezzo l’Europa che ostacola se stessa. Un taglio piccolo alle barriere interne, dice la Bce, può valere quanto una grande battaglia commerciale all’esterno. Con una differenza: su questo fronte, la decisione è soprattutto europea. E, spesso, soprattutto nazionale.

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