Istat: l'Italia un Paese più vecchio e più povero, ma in economia è meglio di Francia e Germania

- di: Redazione
 
Il rapporto annuale dell'Istat restituisce una immagine dell'Italia con sfaccettature diverse e talvolta anche sorprendenti. Perché, a fronte di un Paese che continua ad invecchiare e soffre di un drammatico calo della natalità, l'Italia mostra una evidente vivacità dal punto di vista dell'economia, sopravanzando la media dell'Ue e lasciandosi alle spalle Francia e Germania.
Il rapporto - dopo avere ricordato le difficoltà che hanno caratterizzato le economie europee lungo la catena degli approvvigionamenti di materie prime - sottolinea come l'inflazione abbia avuto sui bilanci delle famiglie un impatto diverso rispetto a quello che hanno registrato le imprese, perché "con le retribuzioni che non hanno tenuto il passo dell’inflazione", si è ridotto il potere di acquisto "soprattutto delle fasce di popolazione meno abbienti".

Istat: l'Italia un Paese più vecchio e più povero, ma in economia è meglio di Francia e Germania

Mentre negli ultimi venti anni l'Italia "ha difeso il proprio posizionamento come Paese esportatore", contestualmente si è dovuta confrontare con la concorrenza delle economie emergenti, che "ha messo in crisi una parte rilevante delle industrie su cui si basava la specializzazione nazionale, che si è gradualmente modificata".
Peraltro, si legge ancora nel rapporto, "la crescita dell’attività economica e della produttività del lavoro sono state particolarmente deboli, rispetto sia all’esperienza storica sia alle altre maggiori economie europee. Il recupero recente dell’attività di investimento, in particolare nella componente immateriale, se sostenuto, potrebbe contribuire nei prossimi anni al miglioramento delle prospettive di crescita del nostro Paese".
Il rapporto fornisce una massa importante di dati e informazioni, come il ritmo dell'economia italiana rispetto al resto d'Europa; l'aumento del Pil nel 2023 allo 0,9, tra lo 0,7 della Francia e il 2,5 per cento in Spagna, con la Germania a

- 0,3%; l'arresto lo scorso anno della crescita dei flussi commerciali del 2021 e del 2022; la stabilità dell'export e la contrazione (10,4%) dell'import; la crescita degli occupati, in media del 2,1 per cento (+481 mila unità).
Un passaggio rilevante del rapporto riguarda le retribuzioni contrattuali orarie che, nel triennio 2021-2023, "non hanno tenuto il passo dell’inflazione: tra gennaio 2021 e dicembre 2023, sono aumentate del 4,7 per cento, e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo del 17,3 per cento. La dinamica delle retribuzioni è tornata a superare quella dei prezzi da ottobre 2023, grazie alla decelerazione dell’inflazione; questa tendenza si conferma nel primo trimestre del 2024".
Dal 2019 al 2023 "il reddito disponibile delle famiglie a prezzi correnti è cresciuto del 13,5 per cento. A prezzi costanti è, invece, diminuito dell’1,0 per cento rispetto al 2019. Il mantenimento del volume dei consumi nonostante la riduzione del potere d’acquisto ha comportato una riduzione della propensione al risparmio fino al 6,3 per cento del 2023, contro l’8,1 del 2019".
La complessità delle dinamiche retributive nell'ultimo quadriennio ha condizionato la composizione delle spese per consumi, registrando l'aumento di quelle relative ad abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (inclusi interventi di ristrutturazione), prodotti alimentari e bevande analcoliche, alberghi e ristoranti, mentre si è ridotto sensibilmente il capitolo relativo alle spese per abbigliamento, calzature e attività ricreative, inclusi sport e cultura.

Lo scorso anno è proseguito il lieve miglioramento del quadro di finanza pubblica. Il debito delle Amministrazioni Pubbliche è diminuito dal 140,5 al 137,3 per cento del Pil, e l’indebitamento netto si è ridotto di 13,8 miliardi, dall’8,6 al 7,4 per cento del Pil.
Guardando alla situazione demografica, nell'ultimo biennio è rallentata la perdita di popolazione in atto dal 2014. Al 31 dicembre 2023, la popolazione residente ammonta a 58.989.749 unità, in calo di 7 mila persone rispetto alla stessa data dell’anno precedente. A questo quadro fa da riscontro l'ennesimo minimo storico in termini di nascite registrato lo scorso anno, pur se davanti a una riduzione dell’8 per cento dei decessi rispetto al 2022. E relativamente poco ha inciso l'effetto sulle nuove nascite della popolazione straniera, che si è avuta dai primi anni del secolo.
Guardando alla transizione digitale, l'Istat segnala che il sistema produttivo italiano è ancora in ritardo rispetto alle altre maggiori economie dell’Ue nell’adozione delle tecnologie più complesse e nello sviluppo delle competenze ICT tra i lavoratori.

Come dimostrato, ad esempio, dal fatto che solo una piccola parte delle imprese italiane, il 5%, fa uso di tecnologie di Intelligenza Artificiale, contro l’8 per cento della media Ue e l’11 per cento della Germania.
La crescita economica così come la produttività del Paese mostrano delle criticità. "Solo a fine 2023 - si legge nel rapporto - il Pil reale è tornato ai livelli del 2007: in 15 anni, si è accumulato un divario di crescita di oltre 10 punti con la Spagna, 14 con la Francia e 17 con la Germania. Se si confronta il 2023 con il 2000, il divario è di oltre 20 punti con Francia e Germania, e di oltre 30 con la Spagna".
Impietoso è, poi, il confronto in materia di produttività del lavoro con le altre principali economie dell'Europa. In volume, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto di solo l’1,3 per cento tra 2007 e 2023, contro il 3,6 per cento in Francia, il 10,5 in Germania e il 15,2 per cento in Spagna.

Parlando di retribuzioni reali, accostandole al "debole andamento della produttività", l'Istat sottolinea come esse siano aumentate molto lentamente, molto penalizzate quindi dall'inflazione.
Analizzando il tasso di disoccupazione, l'Istat riferisce che, nel 2023, è stato del 7,7 per cento in Italia e, secondo i dati preliminari, a marzo 2024 nel nostro Paese è sceso fino al 7,2 per cento.
Poco da interpretare il rapporto quando parla di retribuzioni e lavoro a basso reddito
"Nonostante i miglioramenti osservati sul mercato del lavoro negli ultimi anni, l’Italia - sostiene l'Istat - conserva una quota molto elevata di occupati in condizioni di vulnerabilità economica. Tra il 2013 e il 2023 il potere d’acquisto delle retribuzioni lorde in Italia è diminuito del 4,5 per cento mentre nelle altre maggiori economie dell’Ue27 è cresciuto a tassi compresi tra l’1,1 per cento della Francia e il 5,7 per cento della Germania". 

Per quanto riguarda l'istruzione, il Paese "mostra progressi continui, nonostante forti differenze sociali e territoriali nei livelli di apprendimento. Tra i 25-34enni la percentuale di giovani con un titolo terziario (29,2 per cento nel 2022) negli ultimi due decenni è aumentata di 17 punti percentuali; nella media Ue27 la quota arriva al 42,0 per cento, 19 punti in più rispetto al 2002. Questo divario è spiegato in gran parte dall’assenza, in Italia, dei corsi universitari biennali (perlopiù a carattere tecnico), diffusa in altri Paesi".
Guardando alla qualità dell'occupazione, "uno dei tratti distintivi degli ultimi due decenni è la crescita dei dipendenti a tempo determinato: nel 2023 erano quasi 3 milioni, circa un milione in più rispetto al 2004. L’aumento ha riguardato soprattutto i giovani tra 15 e 34 anni. Viceversa, la crescita del lavoro a tempo indeterminato, pari a 1 milione 373 mila unità (+9,7 per cento), ha riguardato solo gli occupati ultracinquantenni". Negli ultimi venti anni è anche cresciuta la quota degli impieghi a tempo parziale, da meno del 13 per cento nel 2004 al 18 per cento nel 2023.
"L’evoluzione quantitativa e qualitativa dell’occupazione - altro passaggio interessante del rapporto - è stata determinata, oltre che dagli andamenti generali di economia, demografia e istruzione, dai diversi profili delle unità economiche. Composizione settoriale, crescita dimensionale e dinamismo delle imprese hanno giocato un ruolo nel produrre domanda di lavoro più o meno qualificata. L’investimento in capitale umano è centrale nelle imprese: esistono forti complementarietà in termini di investimenti in risorse umane, strategie, capacità innovativa, tecnologie. Maggiori i livelli di complessità, maggiore la domanda di lavoro, in particolare per personale con istruzione più elevata. Le imprese meno dinamiche hanno perso occupazione in tutte le classi dimensionali, mentre le più dinamiche sono cresciute sistematicamente, spesso assumendo una elevata quota di laureati".  

Guardando alle economie domestiche il rapporto afferma che, a causa dell'inflazione che ha colpito negli ultimi tre anni, "le spese per consumo delle famiglie sono diminuite in termini reali ed è aumentata la distanza tra le famiglie più e meno abbienti. Questo aumento della sofferenza economica si è riflessa nel contemporaneo peggioramento degli indicatori di povertà assoluta, che ha colpito nel 2023 il 9,8 per cento della popolazione, un dato più alto di circa tre punti percentuali rispetto al 2014. L’incremento di povertà assoluta ha riguardato principalmente le fasce di popolazione in età lavorativa e i loro figli. Il reddito da lavoro, in particolare quello da lavoro dipendente, ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie dal disagio economico. Gli indicatori di povertà negli ultimi 10 anni mostrano una convergenza territoriale tra le ripartizioni, ma verso una situazione di peggioramento".

Nel 2023 "l’incidenza di povertà assoluta in Italia è pari all’8,5 per cento tra le famiglie e al 9,8 per cento tra gli individui. Si raggiungono così livelli mai toccati negli ultimi 10 anni, per un totale di 2 milioni 235 mila famiglie e di 5 milioni 752 mila individui in povertà". Questo indicatore è più basso nel Centro (6,8 per cento) e nel Nord (8,0 per cento sia il Nord-ovest sia il Nord-est), e più alta nel Sud (10,2 per cento) e nelle Isole (10,3 per cento). Lo stesso accade per l’incidenza individuale: 8,0 per cento nel Centro, 8,7 nel Nord-est, 9,2 nel Nord-ovest e 12,1 per cento sia nel Sud sia nelle Isole.
Un aspetto interessante del rapporto dell'Istat riguarda gli effetti della misura del Reddito di cittadinanza che, tra il 2020 e il 2022, ha permesso di uscire dalla povertà a 404 mila famiglie nel 2020, 484 mila nel 2021 e 451 mila nel 2022. Per quanto riguarda gli individui, l’uscita dalla povertà ha riguardato 876 mila persone nel 2020 e oltre un milione nel 2021 e nel 2022.
Senza il RdC, dice il rapporto. "l’incidenza di povertà assoluta familiare nel 2022 sarebbe stata superiore di 3,8 e 3,9 punti percentuali rispettivamente nel Sud e nelle Isole. Tra le famiglie in affitto, l’incidenza di povertà sarebbe stata 5 punti percentuali superiore. Tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, l’incidenza avrebbe raggiunto il 36,2 per cento nel 2022, 13,8 punti percentuali in più".
Le tendenze demografiche, si legge nel rapporto, si legano al territorio. Come evidenziato dal fatto che "nell’ultimo decennio la popolazione italiana diminuisce di oltre un milione di persone ed è il Mezzogiorno a subire il calo maggiore. Le previsioni demografiche di lungo periodo indicano un rafforzamento della tendenza allo spopolamento delle aree economicamente meno attrattive e all’invecchiamento. In prospettiva, saranno i più giovani e la popolazione attiva a diminuire, mentre crescerà in misura consistente la popolazione in età avanzata, soprattutto al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno il fenomeno è già molto severo poiché la denatalità si associa da tempo alla ripresa dei flussi migratori. La transizione demografica - sostiene ancora il rapporto - è avvenuta in contemporanea con un’intensa crescita della popolazione nelle città. Oggi, e ancora di più nel futuro, si prospettano centri urbani sempre più affollati di residenti di 65 anni e più. Ciò comporta un’attenzione speciale affinché i grandi centri urbani possano essere laboratori in cui mettere in campo azioni e ridefinire spazi per invecchiare bene".
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