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Iran, piazze e dazi: la crisi accelera tra repressione e contatti con Trump

- di: Marta Giannoni
 
Iran, piazze e dazi: la crisi accelera tra repressione e contatti con Trump
Iran, piazze e dazi: la crisi accelera tra repressione e contatti con Trump

Un Paese bloccato da settimane di proteste, un regime che richiama i fedelissimi in strada per mostrare muscoli, e una Casa Bianca che alterna diplomazia e minacce: l’Iran entra in una fase ad alta tensione, con un doppio binario che corre tra Teheran e Washington.

(Foto: fotomontaggio proteste in Iran, disordini).

Da fine dicembre le manifestazioni si sono allargate in più città, mentre la risposta delle forze di sicurezza ha irrigidito il clima e alimentato un rimbalzo continuo di cifre sulle vittime e sugli arresti. La verifica indipendente resta complicata: il blackout di internet e le restrizioni alle comunicazioni rendono frammentarie le conferme sul terreno e aumentano il peso delle ricostruzioni di organizzazioni e reti di attivisti.

Nel tentativo di riprendere l’iniziativa, le autorità hanno promosso contromanifestazioni a sostegno della Repubblica islamica. Le immagini diffuse dai media statali hanno mostrato raduni nelle aree centrali della capitale e in altri centri urbani, con slogan contro i “nemici” esterni e un messaggio interno chiaro: il potere vuole apparire compatto e in controllo. La Guida Suprema Ali Khamenei ha presentato la mobilitazione come un segnale di forza rivolto anche all’estero.

Sul fronte diplomatico, la novità è l’apertura di un canale con gli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato contatti con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, lasciando intendere la ricerca di una via d’uscita che riduca la pressione e scongiuri un salto di livello della crisi.

“La Repubblica Islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata alla guerra”: è la formula scelta da Araghchi per tenere insieme deterrenza e disponibilità a trattare. L’apertura, però, viene accompagnata da condizioni: negoziati “equi” e fondati sul “rispetto reciproco”.

Anche Donald Trump ha confermato che un contatto c’è stato e che un incontro tra rappresentanti potrebbe essere in preparazione. Ma la finestra diplomatica convive con un linguaggio di pressione: la possibilità di muoversi prima che i colloqui prendano forma resta sul tavolo, mentre i comandi militari statunitensi studiano opzioni operative che spaziano da azioni mirate a capacità cibernetiche.

In parallelo, la Casa Bianca ha alzato l’asticella sul piano economico con un annuncio di forte impatto: dazi “secondari” del 25% per i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran e che allo stesso tempo vogliono fare affari con gli Stati Uniti. La logica è quella già vista in altri contesti: colpire non solo il bersaglio principale, ma anche la rete di scambi che lo tiene in ossigeno, trasformando il commercio con Teheran in un rischio sistemico per partner e intermediari.

“Qualsiasi Paese che commercia con l’Iran dovrà pagare una tariffa del 25% su tutte le transazioni con gli Stati Uniti”: è il messaggio attribuito a Trump, presentato come “definitivo e vincolante”. Se applicata con rigore, la misura potrebbe irrigidire ulteriormente un’economia iraniana già sotto stress, con effetti a cascata su prezzi, importazioni e capacità del governo di mantenere il consenso sociale.

Con l’Europa il clima resta invece di scontro. Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato i rappresentanti di Italia, Regno Unito, Francia e Germania, contestando il sostegno politico alle proteste. In quella sede, secondo la versione ufficiale iraniana, sarebbero state mostrate immagini di violenze attribuite ai manifestanti e sarebbe stata chiesta una retromarcia sulle dichiarazioni di solidarietà. In parallelo, si è rafforzato anche il livello di attrito istituzionale: a Bruxelles si è discusso di ulteriori limitazioni ai contatti con funzionari iraniani.

Sul piano internazionale, Cina e Russia hanno segnalato sostegno politico a Teheran, con l’idea di “coordinare” posizioni e iniziative per la stabilità. È un assist che il regime utilizza sia in chiave esterna sia interna: mostrare alle piazze che l’Iran non è isolato e che i grandi alleati non intendono mollare la presa.

Intanto, la partita più delicata si gioca sui numeri e sulle prove: quante vittime, quanti arresti, quante condanne e con quali accuse. Le autorità rivendicano “controllo” della situazione, ma le segnalazioni continuano ad arrivare a singhiozzo. E c’è un ulteriore fattore di rischio: chi riesce a collegarsi a reti satellitari per comunicare con l’esterno, secondo diverse testimonianze, teme di essere individuato e colpito con capi d’imputazione pesanti, fino alle ipotesi più estreme.

Nel breve periodo, la crisi ruota intorno a una domanda: il canale con Washington basterà a congelare l’escalation, o i nuovi dazi e la minaccia di opzioni militari renderanno il confronto ancora più duro? L’Iran prova a mostrarsi impermeabile, ma la tenuta sociale resta il vero test: ogni giorno di piazza, ogni funerale, ogni blackout aggiunge pressione a un sistema già attraversato da fratture economiche e politiche profonde.

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