Giustizia: la riforma Cartabia non basta

- di: Redazione
 
Prima di una riforma che (come quella proposta dal guardasigilli Cartabia), riguardando la giustizia, non può essere che tecnica, ponendo limiti e pertinenze, bisognerebbe aprire un dibattito sulle tante cose che non vanno e che attengono a come alcuni magistrati interpretano il loro mandato. Stanno infatti diventando troppe le cose che spingono ad interrogarsi su come la giustizia venga talvolta amministrata, se i singoli magistrati, nel rispetto del loro giuramento, nel momento in cui cominciano ad occuparsi di una vicenda riescono a spogliarsi degli orpelli, delle sovrastrutture che sono personali, derivando da ideologie e cultura; se riescano a guardare alle cose con la terzietà che impone il loro ruolo.

Giustizia: la riforma Cartabia non basta

Invece spesso accade l'esatto contrario, con processi che segnano drammaticamente l'impossibilità del singolo magistrato di cancellare dalla sua mente presunzioni e preconcetti, piegandosi invece ad essi. Fa male, a noi come a tutti quelli che rispettano lo Stato e le sue leggi, sentire bollare come ''incongrui, insufficienti e fuori dal binario di legalità" i motivi d'appello proposti dalla Procura di Milano contro l'assoluzione del tribunale di tutti gli imputati al processo sul caso Eni -Shell-Nigeria.

Parole di condanna che non sono state pronunciate da uno degli avvocati della difesa, ma dal procuratore generale, Celestina Gravina, secondo cui il pubblico ministero (l'aggiunto Fabio De Pasquale), nel chiedere l'annullamento delle assoluzioni, ''continua a sostenere le sue posizioni come se nulla fosse accaduto. Come se non ci fosse un'assoluzione passata in giudicato. E questa è una violazione delle regole di giudizio".
Un giudizio pesante che forse dovrebbe mettere la parola fine ad una vicenda processuale complessa e contorta.

Perché questo processo, come si deve rilevare dalla decisione di De Pasquale di andare comunque avanti nella sua istanza contro l'assoluzione dei quindici imputati, sembra non avere una storia sua, condizionata da giudizi personali che, da quel che dice il pg Gravina, cozzano contro sentenze e, quindi, evidenze processuali.
Il magistrato, indossando la toga, deve spogliarsi non della sua umanità, ma dei suoi pensieri personali che potrebbero condizionarne l'azione. E questo è quel che non dovrebbe mai accadere. Ma se il magistrato ritiene che la funzione giurisdizionale è materia malleabile a suo piacimento significa che il confine è stato superato.

Troppo spesso, purtroppo, accade che il singolo magistrato ritenga la sua funzione come una propaggine delle sue idee e non invece di tutela del bene comune. Ma sono solo alcuni esempi delle stranezze alle quali assistiamo quotidianamente e che ci inducono a ripensare che forse, per molti magistrati, sarebbe più utile il ricorso, oltre che ai codici, anche al buon senso. Perché, ad esempio, il continuo ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere sembra essere un riflesso condizionato, come se non si tenesse conto della gravità delle accuse e di come esse impattano sull'opinione pubblica.

In questi giorni un giudice ha convalidato la misura della carcerazione per un ''essere umano'' (difficile definirlo uomo) che, sotto prove di piena evidenza, è stato arrestato per avere stuprato un ragazzo, prima molestato su un treno poi trascinato a forza nel bagno di una stazione, dove è stato violentato. Il giudice gli ha concesso la reclusione domiciliare, facendoci porre l'interrogativo su quali siano state le sue considerazioni nel non ritenere l'accusato di tali abominevoli atti meritevole della reclusione in carcere. Sono semplici episodi, si potrebbe dire, non indicatori di una tendenza, ma sono di quelli che restano impressi.
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