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Fuga dai titoli Usa, corsa all’oro: il boomerang del protezionismo

- di: Bruno Legni
 
Fuga dai titoli Usa, corsa all’oro: il boomerang del protezionismo

I capitali internazionali stanno voltando le spalle al debito americano.
L’ondata protezionista di Trump spaventa i mercati e premia i beni rifugio.
La Cina rallenta gli acquisti di Treasury, mentre l’oro tocca nuovi record.
Le tensioni globali e le politiche di divisione alimentano l’incertezza.
E l’America, da faro del capitale, rischia di diventare un investimento tossico.

(Fotomontaggio realizzato con l'AI).

Gli Usa non sono più un porto sicuro

Una frana silenziosa si sta aprendo sotto i piedi dell’economia americana: i capitali esteri stanno iniziando a defluire, e non verso nuove scommesse speculative, ma verso i beni rifugio per eccellenza. Il segnale è inequivocabile: l’oro ha superato i 2.500 dollari l’oncia, mentre i rendimenti dei Treasury a 10 anni si sono impennati oltre il 4,5%. Il paradosso? È proprio la politica economica dell’amministrazione Trump a innescare la tempesta perfetta.

L’oro brilla, il dollaro vacilla

Il trend è chiaro: a giugno e luglio 2025, i fondi ETF sull’oro hanno registrato afflussi netti per oltre 22 miliardi di dollari. Le banche centrali di Russia, Turchia, India e Cina hanno aumentato le riserve auree, riducendo l’esposizione ai titoli di Stato americani. Il dollaro resta formalmente forte, ma l’indice DXY ha perso il 2,8% in un mese. Il segnale che i mercati stanno leggendo è politico, prima che economico.

Pechino frena: meno Treasury, più metalli

Secondo i dati ufficiali, la Cina ha ridotto le sue detenzioni di debito americano di altri 23 miliardi di dollari nel solo mese di maggio, portandole al minimo dal 2009. E la tendenza potrebbe accentuarsi. “Pechino sta diversificando le riserve per proteggersi dal rischio geopolitico”, ha commentato l’economista Alicia García-Herrero, sottolineando come la guerra commerciale permanente e le sanzioni Usa inducano i rivali sistemici a prepararsi a una futura disconnessione dal sistema finanziario occidentale.

Il boomerang dei dazi e della sfiducia

Il protezionismo di Trump 2.0 non è solo una guerra commerciale: è un atto di sfiducia verso l’economia globale. I nuovi dazi imposti a luglio – su auto europee, microchip taiwanesi, pannelli solari cinesi e vino francese – hanno fatto infuriare alleati e competitor. “L’America non è più prevedibile”, ha dichiarato il CEO di una grande banca europea sotto anonimato, “e la prevedibilità è l’unico vero asset per chi investe nel debito sovrano”.

Il rischio di un equilibrio instabile

La Federal Reserve si trova ora in una situazione surreale: da un lato dovrebbe mantenere i tassi alti per contenere l’inflazione importata dai dazi; dall’altro, l’aumento dei rendimenti richiesto dal mercato per assorbire l’offerta di titoli pubblici potrebbe innescare una crisi di fiducia più ampia. A inizio luglio, il debito federale ha superato i 36.000 miliardi di dollari, con un fabbisogno mensile di rifinanziamento superiore ai 500 miliardi. Ma se la domanda estera si contrae, chi lo comprerà?

Europa e Giappone si sfilano

Non è solo la Cina a fare un passo indietro. Il Giappone ha venduto 18 miliardi di titoli Usa a maggio, mentre la BCE ha congelato l’acquisto di Treasury nei portafogli di riserva delle sue banche centrali. Una forma di prudenza, ma anche un messaggio: non si può pretendere fiducia mentre si impongono dazi. Il fondo sovrano norvegese ha cominciato a ribilanciare il proprio portafoglio tagliando l’esposizione al dollaro del 7% in favore di oro e franchi svizzeri.

L’economia Usa regge (per ora), ma il rischio è sistemico

La crescita statunitense si è mantenuta solida nel primo semestre, con un +2,1% annuo, ma molti osservatori ritengono che si tratti di un’illusione ottica legata alla spesa pubblica fuori scala e al boom interno generato dalla stretta commerciale. Se gli investitori smettono di finanziare il deficit americano, il castello rischia di crollare. Il FMI ha già avvertito Washington: “Una politica commerciale aggressiva può isolare gli Stati Uniti e aumentare i costi di finanziamento”.

Un segnale all’Europa (che deve svegliarsi)

Nel crollo dell’egemonia finanziaria americana, l’Europa potrebbe intravedere un’occasione. Ma serve coesione. Il nuovo bilancio Ue 2028–2034 prevede una quota crescente di emissioni comuni legate al Green Deal e all’autonomia strategica. Se l’Eurozona saprà costruire un debito credibile e condiviso, potrebbe diventare un rifugio alternativo alla volatilità americana. Ma le divisioni interne e la lentezza decisionale rischiano di bruciare questa finestra storica.

L’America si chiude, il mondo cambia

Trump parla al suo elettorato, ma intanto l’America perde il controllo sulle rotte finanziarie globali. Il protezionismo è diventato una trappola: taglia i ponti commerciali, distrugge la fiducia, spaventa gli investitori. L’oro brilla, il dollaro trema, i capitali si muovono silenziosamente verso lidi più stabili. E chi pensava che il debito Usa fosse eterno come il sogno americano, oggi comincia a dubitare.

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