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Fed, nuovo taglio dei tassi: impatto minimo sulle banche italiane

- di: Alberto Venturi
 
Fed, nuovo taglio dei tassi: impatto minimo sulle banche italiane

La Federal Reserve ha tagliato nuovamente i tassi di interesse di 25 punti base, per la terza riunione consecutiva. Il costo del denaro passa così dalla fascia 3,75–4% al nuovo range 3,5–3,75%. Una decisione largamente prevista dagli operatori finanziari, ma che ha inevitabilmente riacceso il dibattito sulle possibili ricadute sul sistema bancario europeo.

Fed, nuovo taglio dei tassi: impatto minimo sulle banche italiane

A Milano, dove Piazza Affari continua a rafforzare la propria componente bancaria — la capitalizzazione del settore è cresciuta dai 159 miliardi di inizio anno agli oltre 238 miliardi a fine novembre, con il peso in indice salito dal 31,51% al 38,69% — la domanda circolava con insistenza: un ulteriore taglio dei tassi negli Stati Uniti può incidere sui margini degli istituti italiani?

Perché il taglio dei tassi accende l’attenzione sulle banche
In teoria, una riduzione del costo del denaro tende a comprimere i margini di interesse delle banche, perché restringe lo “spread” che gli istituti realizzano tra interessi attivi e passivi. Questo può avere ripercussioni anche sugli istituti europei, soprattutto in un contesto di forte interconnessione finanziaria globale, esposizione al dollaro e flussi commerciali bilaterali sempre più rilevanti.

Storicamente, variazioni nella politica monetaria americana hanno portato alcuni istituti operanti oltreoceano a ridurre l’offerta di credito nell’eurozona quando aumentava l’incertezza negli Stati Uniti.

«Nessun impatto rilevante sulle banche italiane»
Questa volta, però, il quadro appare diverso. Secondo Paolo Gesa, amministratore delegato di Credito Lombardo Veneto, il taglio deciso dalla Federal Reserve non rappresenta un rischio significativo per gli istituti italiani. «Il taglio dei tassi della Fed non avrà un impatto rilevante sulle banche italiane: la Bce ha già fatto la parte più significativa del lavoro di normalizzazione monetaria in Europa», osserva il manager.

La mossa americana, aggiunge, contribuisce a rafforzare la stabilità delle aspettative: «La mossa della Fed aiuta comunque a ridurre la divergenza tra le due sponde dell’Atlantico e a stabilizzare le aspettative dei mercati».

Nonostante l’effetto rassicurante, il contesto generale resta complesso: «Rimangono però presenti i rischi inflazionistici, alimentati anche dall’elevato debito pubblico globale, che richiedono prudenza nelle politiche economiche. Nel complesso, il segnale della Fed contribuisce a consolidare un quadro macroeconomico più equilibrato, pur in un contesto che resta complesso e da monitorare».

Anche gli economisti non vedono rischi per gli istituti italiani
Una linea condivisa arriva anche dall’economista tedesco Daniel Gros, che esclude ripercussioni per gli istituti di credito italiani. La sua valutazione si fonda su due elementi evidenziati nel comunicato: il primo è che il mercato finanziario si attendeva da tempo un taglio limitato, già completamente incorporato nelle strategie degli operatori; il secondo è che le previsioni attuali indicano un solo ulteriore taglio dei tassi nel 2026.

In sintesi, una politica monetaria più accomodante, ma calibrata, e lontana da shock improvvisi.

Una fase che richiede equilibrio
Il contesto globale rimane segnato da incertezze, dall’evoluzione dell’inflazione all’andamento del debito pubblico mondiale. Tuttavia, secondo le analisi riportate, la mossa della Federal Reserve non sembra destinata a innescare scossoni nelle banche italiane. La divergenza tra le politiche monetarie delle due aree si riduce, i mercati appaiono più allineati nelle aspettative, e gli istituti europei — già abituati alla fase di normalizzazione condotta dalla Bce — sembrano in grado di assorbire il cambio di passo americano.

Il sistema bancario italiano, oggi più solido e capitalizzato rispetto agli anni passati, osserva la decisione di Washington senza tensione, consapevole che il tema vero rimane la prudenza nelle politiche economiche globali.

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