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La portaerei Ford verso il Venezuela, marines pronti all’attacco

- di: Bruno Coletta
 
La portaerei Ford verso il Venezuela, marines pronti all’attacco
La portaerei Ford verso il Venezuela, marines pronti all’attacco
La USS Gerald R. Ford guida la più grande flotta Usa nei Caraibi dal dopoguerra. Esercitazioni anfibie, F-35 e droni davanti a Porto Rico. Mosca denuncia “forza eccessiva”, Caracas parla di “provocazione”. Washington nega piani d’invasione, ma il dispositivo è pronto a colpire.

È la più imponente proiezione militare americana nei Caraibi da vent’anni: la portaerei USS Gerald R. Ford si avvicina alle coste venezuelane scortata da cacciatorpediniere Aegis, incrociatori e sottomarini. In mare e nei cieli, il messaggio è inequivocabile: i marines sono pronti all’attacco. Non è un’esercitazione di routine ma una dimostrazione di potenza pianificata con precisione chirurgica.

Manovre e allerta a Porto Rico

Da giorni, a sud di Porto Rico, si susseguono sbarchi simulati, fuoco reale e voli di F-35B. I droni MQ-9 Reaper sorvolano costantemente le acque caraibiche. Il Pentagono parla di “operazione di sicurezza marittima”, ma l’assetto dispiegato ricorda uno scenario d’intervento rapido: oltre quattromila marines in stato operativo, mezzi anfibi schierati e portaerei in posizione da strike.

L’alibi della guerra alla droga

Ufficialmente si tratta di interdizione delle rotte dei narcos che usano semi-sommergibili e go-fast boat tra le Antille e la costa venezuelana. Ma analisti e osservatori militari vedono altro: una pressione diretta su Nicolás Maduro e un segnale a Mosca e Pechino, divenute partner strategici del regime. Troppa potenza di fuoco per una semplice operazione antidroga.

Caracas accusa e mobilita

Maduro ha ordinato l’allerta massima alle forze armate e definito l’arrivo della flotta Usa “una provocazione imperialista”. I media statali mostrano reparti di fanteria in addestramento e nuovi missili antiaerei “Made in Russia”. Dietro le quinte, diplomatici venezuelani tentano di ottenere garanzie da Mosca e Pechino: un appoggio tecnico, se non militare, in caso di escalation.

La risposta di Mosca

“Denunciamo l’uso di forza eccessiva e la violazione del diritto internazionale”, ha dichiarato il ministero degli Esteri russo, accusando Washington di “provocare instabilità nel continente americano”. Mosca definisce la presenza della Ford “una mossa intimidatoria” e promette di “rispondere in modo proporzionato”. Una retorica che rievoca le tensioni della Guerra Fredda.

Il doppio linguaggio di Washington

La direttrice della National Intelligence ha cercato di rassicurare: “È finita l’era dei cambi di regime”. Ma fonti del Pentagono ammettono che la flotta è “pronta a qualsiasi scenario”. La Ford non è in crociera: è una minaccia silenziosa, pronta a reagire in ore se il presidente lo decidesse. L’ordine d’attacco, spiegano analisti della Difesa, può partire da un comando remoto con tempi inferiori ai 30 minuti.

Obiettivo deterrenza

Dietro la postura offensiva c’è una logica precisa: impedire che il Venezuela diventi una testa di ponte russa nel Mar dei Caraibi. L’amministrazione americana, pur evitando dichiarazioni di guerra, intende riaffermare la supremazia nell’emisfero occidentale. “È il ritorno del vecchio cortile di casa”, sintetizza un analista latinoamericano, “ma con droni e portaerei di ultima generazione”.

Rischio incidente

Con flotte e caccia che si incrociano in uno spazio ristretto, l’errore è dietro l’angolo. Un drone abbattuto o un radar frainteso potrebbe accendere la miccia. Le cancellerie europee temono un’escalation incontrollata che coinvolgerebbe rotte commerciali e traffici energetici. Un conflitto nel cuore dei Caraibi avrebbe conseguenze globali. 

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