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L’industria farmaceutica corre, ma il sistema la frena

- di: Bruno Coletta
 
L’industria farmaceutica corre, ma il sistema la frena

Boom di export e occupazione, ma tra dazi Usa e burocrazia Ue il comparto lancia l’allarme. “Riforme in arrivo, stop al payback”, promette Meloni.

(Foto: Marcello Cattani, presidente di Farmindustria).

Il paradosso della farmaceutica italiana: un’eccellenza globale minacciata da casa propria

Nel 2024 l’industria farmaceutica italiana ha superato ogni record: 56 miliardi di euro di produzione, 54 miliardi di export, un surplus commerciale superiore ai 21 miliardi, il primo tra tutti i comparti del Made in Italy. Eppure, nonostante numeri da locomotiva europea – meglio della media Ue per incremento delle esportazioni – il settore si trova ancora una volta a dover alzare la voce. Troppa burocrazia, troppa incertezza normativa, e soprattutto un sistema di rimborso – il famigerato payback – che rischia di trasformare l’eccellenza in trappola.

“Se non si cambia rotta, i cittadini europei avranno meno farmaci”, ha detto senza mezzi termini Marcello Cattani, presidente di Farmindustria. E la sua non è una provocazione: è un bollettino di guerra.

Il peso del comparto: giovani, donne e innovazione

Oggi il settore conta circa 200 imprese attive sul territorio nazionale, con oltre 130 stabilimenti dislocati tra Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna, Veneto e Marche. Il 2024 ha visto occupati 71.000 addetti, con un +8% rispetto a cinque anni fa. Una crescita trainata soprattutto da giovani e donne, che insieme rappresentano il 50% della forza lavoro.

Ma la forza dell’industria farmaceutica non è solo nei numeri, bensì nel valore aggiunto: +18% tra il 2022 e il 2024, a fronte di una crescita del PIL nazionale ferma all’1,4%. Nessun altro comparto industriale italiano ha retto il confronto.

Il tallone d’Achille si chiama payback

Il sistema del payback, introdotto nel 2007, obbliga le aziende farmaceutiche a restituire allo Stato parte della spesa pubblica in eccesso rispetto a un tetto prefissato. Un meccanismo che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto contenere i costi per il SSN, ma che si è rivelato col tempo un freno alla programmazione industriale e agli investimenti.

“È uno strumento obsoleto, serve un tagliando alla governance”, ha ammesso apertamente il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha annunciato l’avvio di un tavolo con il MEF per una revisione del sistema. “Non si può chiedere a chi innova e investe di sostenere un costo non prevedibile e potenzialmente miliardario”, ha ribadito Cattani.

Il governo sembra intenzionato a voltare pagina. “La farmaceutica è un settore essenziale per l’Italia”, ha detto la premier Giorgia Meloni in apertura dell’assemblea, promettendo riforme per semplificare le procedure e rendere i farmaci più accessibili. Lo stesso Schillaci ha confermato che il superamento del payback è una priorità “condivisa a livello politico”.

Europa tra ritardi e minacce normative

Se il fronte interno inizia a muoversi, quello europeo resta una sfida aperta. Il presidente di Farmindustria ha denunciato misure penalizzanti per la competitività e tempi troppo lunghi per l’autorizzazione dei farmaci, aggravati dalla proposta di revisione della legislazione farmaceutica avanzata dalla Commissione Ue, che ha messo in discussione il principio di esclusività brevettuale.

Un rischio, secondo l’industria, per la tutela della proprietà intellettuale e l’attrattività degli investimenti in R&S. “Serve una sinergia reale tra istituzioni e industria per costruire un quadro normativo moderno, capace di valorizzare i dati clinici e stimolare la ricerca”, ha dichiarato Raffaele Fitto, ministro per gli Affari europei.

Trump colpisce ancora: l’industria teme i dazi Usa

Come se non bastasse, l’ombra lunga della nuova ondata di dazi USA lanciata da Donald Trump rischia di colpire anche i farmaci e i vaccini europei. Secondo una stima di Farmindustria, se gli Stati Uniti dovessero introdurre una tariffa del 10% sulle importazioni farmaceutiche, il danno per l’Italia potrebbe raggiungere i 2,5 miliardi di euro annui.

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato l’impegno del governo “per limitare al massimo i danni e ottenere l’esclusione del comparto sanitario dalle nuove misure protezionistiche”. L’obiettivo, ha sottolineato Cattani, “è arrivare allo zero a zero, oppure a una totale esclusione del comparto dai dazi”. Ma l’esito dei negoziati resta incerto.

Un laboratorio per il futuro industriale dell’Italia

Il caso farmaceutico è il termometro perfetto di ciò che serve all’industria italiana per competere davvero a livello globale: un quadro normativo stabile, regole chiare, investimenti pubblici in innovazione e soprattutto una visione strategica.

“La farmaceutica italiana è già un modello europeo, ma può diventare un laboratorio per la nuova politica industriale del Paese”, ha affermato con forza. Confindustria. “L’Europa deve smetterla di penalizzare chi produce valore, e l’Italia deve smettere di auto-flagellarsi con meccanismi inefficienti”.

Conclusione: un’occasione da non sprecare

Nel 2024 l’Italia è tornata a essere il primo paese europeo per produzione farmaceutica pro capite. Nonostante tutto. Ma senza un cambio di passo, avvertono le imprese, questo primato rischia di evaporare in pochi anni. Il governo sembra aver recepito il messaggio, Bruxelles molto meno.

Siamo di fronte a un bivio: o si tutela un comparto che genera salute, occupazione, innovazione e surplus commerciale, o si lasciano le aziende a difendersi da sole contro dazi, burocrazia e regole antiquate. Questa volta, non ci sono alibi.

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