Dpcm: i ministri smettano di litigare e facciano gli statisti

- di: Diego Minuti
 
Ancora poche ore e sapremo se l'Italia, per come tutto lascia pensare, tornerà a essere incapsulata in una serie di misure e restrizioni volte ad abbassare il tasso di contagi che oramai, da settimane, è abbondantemente fuori controllo. Cosa che ha sancito la piena sconfitta delle misure (non) adottate dal Governo dopo l'efficacia delle prime, imposte al Paese con l'esplodere della pandemia.
Il tema centrale di questa vicenda, se ci pensate un istante, è lo stesso che nei testi che si occupano di politica internazionale si può sintetizzare con il concetto dell'incapacità di gestire una vittoria.

Nel senso che, alla fine di un conflitto armato, emerge un vincitore cui spetta il compito di sapere governare la vittoria come ha saputo fare con la guerra. Ormai la maggior parte degli storici sostiene che lo spirito di rivalsa della Germania, dopo la sconfitta nel primo conflitto mondiale, fu alimentato non dall'esito delle battaglie, quanto dalla durezza che le fu riservata dal contenuto del trattato di Versailles (quello del giugno 1919), fortemente voluto dal primo ministro francese, Raymond Poincarè, che voleva, lui sì, vendicarsi delle sconfitte del 1870. Quello che si vuole sostenere in questa sede è che se vincere è sempre difficile, governare la vittoria è compito ancora più impegnativo.

E se, quindi, con le misure adottate in occasione dell'insorgere della pandemia il governo italiano è stato bravo nel vincere, non altrettanto lo è stato quando si è trattato di guidare il post-emergenza (semmai c'è stato un "post-emergenza'").

Le incertezze, le divisioni in seno all'esecutivo (che si manifestano anche ora che occorrerebbe unità di intenti) hanno vanificato quanto di buono era stato fatto finora, a conferma che statisti non ci si inventa e che, in special modo quando il pericolo è reale, le spaccature e le distanze ideologiche debbono essere messe da parte nell'interesse supremo della Nazione. Questo non sta accadendo e ancora oggi, quando il prossimo Dpcm assume connotati della massima urgenza, non riusciamo a capire lungo quali percorsi si muoverà l'esecutivo, che sembra sgretolarsi lentamente, almeno a livello di unità interna, ma che resta coeso solo nell'esigenza di non lasciare la stanza dei bottoni.

Quindi qualcosa si dovrà decidere, ma, piuttosto che fare tesoro dell'esperienza, ci si dilania sulla durezza delle misure da adottare, che sono improcrastinabili e non possono certo aspettare che il ministro Tizio si metta d'accordo col collega Caio su cosa occorre fare e sulla relativa scala di priorità. Se poi ci si mettono le competenze che sono state attribuite alle Regioni (ed anche, per la loro parte, ai sindaci) in una materia delicatissima come la Sanità il quadro di illogicità è completo.

Quando, un paio di migliaia di anni fa, a Roma si decideva qualcosa, anche agli estremi confini dell'Impero nessuno diceva nulla, nessuno si ribellava. E se a qualcuno ci tentava, la risposta di Roma - e delle sue legioni - era sempre puntuale e, se del caso, durissima. Oggi i presidenti di Giunta regionali si comportano come detentori del potere assoluto, muovendosi non in sintonia con il Governo centrale, ma in base a personalissimi convincimenti, formati sulla base di elaborazioni non sempre suffragate dalla scienza.

Anzi - e questo è gravissimo - denunciano i contenuti dei provvedimenti del governo in base all'ideologia del presidente di Regione di turno, che ieri magari accettava tutto ed oggi, col cambio di maggioranza nazionale, non lo fa più. L'autonomia, che qualcuno rivendica a gran voce, come se fosse la pozione magica di Obelix, rischia di affossare ancora di più la centralità che, invece, dovrebbe governare i settori strategici di una nazione. Perché forse qualcuno non ha capito che le Regioni non sono Stati indipendenti. Sono enti territoriali che, sebbene importanti, spesso guardano a Roma solo per lamentarsi o battere cassa.
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Italia Informa n° 5 - Settembre/Ottobre 2022
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