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Il doppio binario della concorrenza

- di: Massimiliano Lombardo

L'Europa si fonda sulla concorrenza. E’ scritto nel suo patto fondativo, sin dai primi passi dal Trattato di Parigi del 1951 con la CECA, poi la CEE con i Trattati di Roma del 1957, fino alla stagione dell’Unione inaugurata dai Trattati di Maastricht nel 1992 a seguire: si può dire che è nel suo DNA, è una caratteristica genetica. Una comunità di Stati che stipulano accordi e trattati economici, sempre più stringenti, con l’obiettivo di favorire il libero scambio per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini e delle proprie imprese. Questa stretta cooperazione tra Stati dovrebbe avere tra i suoi effetti benefici quello di consentire, nelle ordinarie dinamiche di mercato, la crescita degli operatori economici, favorendo attraverso le operazioni di aggregazione societaria (fusioni, acquisizioni) l’insorgere di campioni transnazionali capaci di competere in modo più forte nei mercati mondiali e con le imprese extra-UE. Si dovrebbe premiare in questo modo la capacità di fare impresa ad un livello globale, senza il condizionamento di vecchi nazionalismi ma in ottica di cooperazione tra gli europei; è anche attraverso questa lente che si vede la reale capacità di realizzare una vera integrazione, ed in ultima analisi lo stato di salute dell’idea e della costruzione europea.

E
’ indubbio che la concorrenza necessiti di regole: a questo aspetto presiedono le norme giuridiche comunitarie e internazionali, e le autorità antitrust che vigilano e approvano le operazioni che superano le soglie di rilevanza, con lo scopo di evitare concentrazioni che vadano a scapito degli altri operatori economici, alterando la competizione nel mercato (secondo la visione tipicamente europea della competition policy), o in danno dei consumatori, alterando il prezzo finale dei prodotti (secondo una visione di matrice più americana di customer protection attraverso la protezione delle piccole imprese contro i “giganti”, che risale alle origini dello Sherman Act del 1890). 
Nell’approccio ad operazioni di integrazione tra imprese transazionali in ambito comunitario, il punto di vista che dovrebbe stare a cuore alle autorità europee antitrust non è tanto se le concentrazioni rispondano ad obiettivi di efficienza, quanto se accrescano la capacità delle imprese europee di competere.
Date queste premesse, è apparsa come nota stonata l’apertura di un’istruttoria in sede europea su una grande operazione di merger già decisa, approvata e sostanzialmente conclusa (non senza difficoltà anche politiche, si ricorderanno le polemiche innescate dalle posizioni assunte, all’indomani del proprio insediamento all’Eliseo, dal Presidente Macron sui cantieri di Saint Nazare). Ci riferiamo all’acquisizione da parte di Fincantieri di Chantiers de l’Atlantique, avvenuta a conclusione di una trattativa molto complessa, che ha visto il coinvolgimento dei due governi italiano e francese, con una soluzione finale - sia in termini di governance che di quote - che ha dovuto tenere conto di equilibri faticosamente raggiunti. 

Per dimensione di fatturato, l’acquisizione non richiedeva una valutazione preventiva da parte dell’autorità antitrust europea, la Commissione, ma soltanto la notifica dell’operazione all’autorità della concorrenza francese, come previsto dal Code du commerce, la quale, esercitando una facoltà (non un obbligo) prevista dal Regolamento europeo n. 139/2004 sulle concentrazioni, ha però richiesto alla Commissione di esaminare il caso. All’autorità antitrust francese si è associata quella tedesca.

 E qui la partitura prende una stonatura, rivelando interessi nazionalistici che stridono con l’interesse “comunitario”, se di questo si può ancora parlare, alla creazione di campioni europei in grado di competere sui mercati globali. Per inciso, Francia e Germania sono gli stessi Paesi che in queste settimane stanno difendendo un’altra grande fusione che interessa due aziende nazionali, Alstom e Siemens, per un’operazione di concentrazione che darebbe vita ad un colosso mondiale da 15 miliardi di fatturato, leader in Europa nei mercati del materiale rotabile e dei sistemi ferroviari. La diversità di vedute dei due Stati nelle due operazioni, dimostra o una schizofrenia o una forte componente di opportunismo nazionalistico, a scapito in questo caso dell’Italia e delle sue grandi aziende, quando dimostrano di essere in grado di negoziare e competere da una posizione di maggiore forza e di controllo. E’ vero che, nella statistica delle istruttorie dal 1990 ad oggi, solo il 10% di queste richieste alla Commissione hanno portato al blocco dell’operazione; ma intanto si frappone un ritardo che ha un costo per le aziende coinvolte.
Si direbbe, come per l’Amleto di Shakespeare, che c’è del metodo in questa follia.

C’è però un rischio duplice nel praticare una concorrenza a doppio binario: da un lato, con il tentativo di ostacolare in extremis un’operazione che poteva dirsi già chiusa si mette a rischio il rafforzamento di un gruppo europeo di rilevanza mondiale, in contrapposizione all’interesse comune degli Stati membri e dell’Unione. Dall’altro lato si alimentano le critiche degli antieuropeisti, che vedono in questi eventi la conferma al sospetto che la costruzione europea sia posta solo a servizio degli interessi degli Stati egemoni, senza una visione e volontà di reale integrazione tra le economie e tra i popoli.
Il tempo ci dirà se queste mai sopite forme di protezionismo economico siano l’ennesima brutta espressione del crescente nazionalismo che sta minando alle fondamenta l’ideale paneuropeo. Tornando alla metafora shakespeariana, vi sarà anche del metodo in questo agire, ma poi si sa come andò a finire nell’Amleto, dove nessuno dei duellanti sopravvisse. Per noi, che vogliamo ancora credere al futuro dell’Europa, non resta che confidare nel motto paolino: spes contra spem.

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