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Governo - Presidente Conte: non è il tempo dell'uomo solo al comando

- di: Diego Minuti
 
Arriverà forse il momento (arriva sempre per i politici, con qualche eccezione di andreottiana memoria) in cui il presidente del Consiglio, magari quando svestirà i panni dello statista per indossare toga e tocco, spiegherà o cercherà di spiegare il perché di molti suoi comportamenti che, almeno per chi ha qualche anno sulle spalle, trovano pochissimi precedenti tra coloro che fanno di Palazzo Chigi il loro domicilio.

Giuseppe Conte, alla luce degli ultimi suoi comportamenti, sembra avere dimenticato uno dei dogmi di chi fa politica dal vertice, quello di confrontarsi - anche se solo formalmente - con chi del governo è azionista. Una normale pratica di buon governo che però Conte non sembra disposto a seguire. Avrà certamente le sue buone ragioni (che non conosciamo e possiamo solo cercare di intuire), ma nel suo modus operandi da presidente del Consiglio sembra sia essere stata cancellata la parola ''concertazione" che però si usa per definire i rapporti tra maggioranza e opposizione o parti sociali.

Qui invece è proprio il contrario perché a Conte, da come alcuni partner di governo (Pd, ma anche Italia Viva e Leu, per quanto risicato possa essere il loro apporto numerico) reagiscono alle sue decisioni, sembra mancare il conforto dell'assenso degli alleati. Un esempio potrebbe essere la proroga per due anni, a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (traducendo: servizi segreti, tutti attraverso lo strumento del coordinamento), di Giuseppe Vecchione. Una conferma sulla quale, pare, qualcuno degli alleati volesse discutere, non contestandola, ma almeno chiedendo che se ne parlasse prima della ufficializzazione.

Ma Conte ha deciso e così è stato, sentendosi evidentemente come il ciclista che aggredisce la salita più difficile della gara, senza ritenere di avere bisogno di un gregario. In tempi in cui il governo poggiava sull'alleanza tra partiti (veri), l'ufficializzazione di una decisione come quella per il vertice del Dis, adottata senza l'ok degli altri, sarebbe stata definita un colpo di mano, con le conseguenze che poteva generare.

Per fortuna di Conte, la situazione è talmente delicata che pensare di portare fuori del Governo il dissenso su un argomento delicato come la nomina del capo del nostro dispositivo di sicurezza, avrebbe fatto pensare di essere all'anticamera della crisi. Oggi questo non è possibile perché il senso di responsabilità, nell'era della pandemia, lo impedisce. Ma il giochetto delle decisioni comunicate e non condivise potrebbe logorare gli alleati ben più di quello che il Premier spera.

È un cammino che, dall'esterno, è difficile da decrittare dal momento che Conte - attribuiamolo sempre ai suoi consiglieri - procede come se fosse lui l'unico uomo forte del governo, che catalizza il consenso che altri hanno perso. Non è così e dovrebbe saperlo bene anche lui. Ma continua a comportarsi come se il governo abbia solo lui come collante, non considerando che, se non fossimo in piena emergenza e che questo momento è il momento della responsabilità, qualcuno l'avrebbe già mandato a casa.

Gli equilibrismi in politica sono possibili solo se si hanno i numeri necessari. Il Psi di Craxi, sapendosi ago della bilancia, adottò il criterio della governabilità, che gli consentiva di allearsi localmente ora con la Dc ora con il Pci (o come si chiamava all'epoca) e quindi di continuare a gestire il potere.
Giuseppe Conte non sembra essere quel fine politico, come forse gli dice qualche consigliere solo per adularlo. Ne prenda consapevolezza e faccia quello per cui è stato cooptato: governare, con il buonsenso e senza arroganza.
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