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Colleferro: bene il cordoglio di Conte ma basta con le vuote parole

- di: Diego Minuti
 
"Ora ci aspettiamo condanne severe e certe, e una rigorosa esecuzione della pena": letta così, questa affermazione, giunta nei momenti in cui si celebravano i funerali di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo ucciso a calci e pugni a Colleferro, dovrebbe suonare come la giusta richiesta pronunciata da un familiare, da un amico, anche un semplice uomo o donna della strada che si interrogano sul futuro processuale dei quattro (o forse potrebbero essere di più) responsabili a vario titolo di quella bestiale esecuzione. Ed invece a pronunciare queste parole è stato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha voluto partecipare alle esequie per portare il cordoglio di una intera nazione ai familiari del ragazzo ucciso.

Da Giuseppe Conte, primo ministro, ma anche giurista, una simile affermazione non ce la saremmo aspettata perché lui, guidando il governo, ha il dovere di dare al Paese le migliori condizioni, conseguenza dell'adozione di leggi e provvedimenti che facciano l'Italia più civile, più vivibile, al passo con i tempi. Che non significa seguire la spinta emozionale determinata da qualche episodio che scuote l'opinione pubblica, ma predisporre la macchina dello Stato a rispondere ad una evoluzione della società che, comunque, non può essere seguita passo passo dalla modifica di leggi e codici.

Le parole del primo ministro, infatti, suonano stonate non alle orecchie della famiglia del ragazzo capoverdiano d'origine (ma italiano per cultura e sentimenti), ma di chi, da anni, denuncia che l'amministrazione delle leggi nel nostro Paese tradisce il mandato che il popolo ha dato a chi ci governa: reprimere gli episodi illegali, senza crudeltà o preconcetti legati a razza, religione, convinzioni politiche, ma garantendo che alle leggi sia data applicazione. E per leggi intendiamo il complesso delle nostre leggi e, soprattutto, come lo Stato punisce chi le viola.

Giuseppe Conte, da italiano e da cittadino, può augurarsi che i responsabili della morte di Willy siano perseguiti con "condanne severe e certe", attendendosi una "rigorosa esecuzione della pena", ma non lo può dire da presidente del Consiglio se non annunciando, come imminenti, misure per ridare credibilità al sistema che presiede alla repressione degli atti illegali, tutti e non solo quelli che sferzano e indignano la collettività. Da Conte, quindi, non ci si possono attendere solo auspici, ma molto di più essendo lui il "superiore" del guardasigilli al quale, di concerto con il resto dell'esecutivo, può chiedere che l'amministrazione della giustizia cambi. Ovviamente nel rispetto della nostra cultura giuridica, che pretende che lo Stato punisca, non accanendosi contro il colpevole.

Ma, restando al caso di Colleferro, come si può pensare che il nostro sistema giudiziario funzioni sapendo che due degli aggressori (Marco e Gabriele Bianchi) hanno a loro carico, prima di quella legata alla morte di Willy, sette/otto denunce per reati vari, alcune anche relative ad atti di violenza contro le persone?

Non ci ergiamo a giudici o psicologi/psichiatri, ma il profilo dei due fratelli, tendenzialmente "portati" ad usare la forza per sostenere le loro posizioni, è quello di due bombe ad orologeria che, alla fine, come si poteva intuire, sono esplose. Ed a farne le spese è stato Willy e tutti quelli che la banda di invasati s'è trovata davanti facendo irruzione nella piazzetta di Colleferro. C'era la possibilità reale di fermare i due fratelli Bianchi prima dell'aggressione? Probabilmente sì, ma solo se si pensasse che la macchina della giustizia italiana possa marciare a pieno regime, processando in tempi brevi e, in caso di condanne che prevedono la reclusione, spedendo i colpevoli in carcere. Ma sappiamo che non è così.

Ma noi siamo la gente comune, poi ci sono coloro che possono cambiare la nostra vita e non lo fanno perdendosi in discussioni e dibattiti. Nei quali, negli ultimi tempi, si sono inseriti altri "players", che mirano a demolire la macchina della giustizia agendo sulle ali di un certo non lineare atteggiamento garantista. Ma noi, dirà qualcuno, siamo l'Italia, la culla del diritto. Certo, ma un diritto non può restare lo stesso a dispetto di come la società cambia (non certo evolve).

La serialità criminale è un problema evidente ed è tra la cause dei problemi di questo Paese. Ci sono truffatori seriali, ci sono ladri seriali, ma ci sono anche stupratori seriali. E se quest'ultima categoria indigna e fa pretendere per i responsabili mano pesantissima da parte dei giudici, le altre due appena menzionate sono quelle che determinano problemi economici pesantissime per le vittime. Ma per gli stupratori si aprono immediatamente le porte delle celle, per gli altri no.

È giusto? No, perché il cittadino deve pretendere che lo Stato garantisca la sua sicurezza e non lo fa certo non punendo chi della serialità criminale fa il suo credo quotidiano.
Negli Stati Uniti (se ricordiamo bene, 27 Stati la pensano così) il criminale seriale che si macchia di gravi reati, alla terza condanna finisce in carcere per il resto della vita. Ma l'America è l'America e l'Italia, per nostra fortuna, è cosa ben diversa.

Ma sino a quando si potranno accettare, senza nemmeno sperare in un cambiamento, sentenze che non tengono conto del profilo del condannato, giudicandolo solo per quello che ha fatto? La società si è evoluta a velocità certo maggiore delle nostre leggi. E così, al di là dell'ammontare del reato, un truffatore che "frega" poche migliaia di euro rischia di essere condannato allo stesso modo (con poca differenza) di chi, grazie ad un uso sistematico delle truffe, si accaparra montagne di denaro.
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