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Canada da Xi: la mossa anti-Trump che riapre il canale Cina

- di: Bruno Legni
 
Canada da Xi: la mossa anti-Trump che riapre il canale Cina

Mark Carney a Pechino dopo otto anni: disgelo, affari e un messaggio a Washington. Con dazi e instabilità americana sullo sfondo, Ottawa cerca un “piano B” senza dirlo ad alta voce.

(Foto: Mark Carney con Xi Jinping durante la storica visita).

 Diciamolo chiaramente: la visita del premier canadese Mark Carney a Pechino e l’incontro con il presidente Xi Jinping non sono solo la riapertura di un dossier bilaterale rimasto in freezer troppo a lungo. Sono anche una scelta politica “di sistema”: quando gli Stati Uniti tornano imprevedibili, il Canada prova a non restare incastrato. E se il nome sullo sfondo è Donald Trump, la traiettoria diventa quasi inevitabile.

Il contesto è brutale, più che diplomatico. Secondo una ricostruzione di Reuters, la missione avviene mentre la Casa Bianca ha rimesso in campo una linea tariffaria dura verso Ottawa, spingendo il Canada a cercare ossigeno altrove. Il risultato è un viaggio che Pechino legge come una crepa nel fronte del “disaccoppiamento” occidentale e Ottawa vende come puro pragmatismo economico.

Sulla carta, il vertice è presentato come un rilancio “ordinato” delle relazioni dopo anni di scosse. Nelle cronache internazionali, l’elemento che pesa è la simbologia: Carney è il primo leader canadese a recarsi in Cina dal 2017, e l’appuntamento arriva dopo una stagione di fratture che ha avvelenato il rapporto per quasi un decennio. Il caso che ha segnato l’inizio della deriva è noto: l’arresto in Canada della dirigente Huawei Meng Wanzhou nel 2018 e, a ruota, l’escalation di ritorsioni e crisi consolari.

Oggi la narrazione cambia tono: Pechino parla di “svolta”, Ottawa di “ripartenza”. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in dichiarazioni riportate dall’agenzia Nova, ha definito la visita un “punto di svolta” nei rapporti bilaterali, con l’idea di aprire “nuove prospettive” attraverso un recupero del dialogo politico ed economico.

Il lessico usato dai due leader è un altro indizio. Nelle ricostruzioni pubblicate da Le Monde, Xi ha incorniciato l’incontro come la conferma di un cambio di fase: “Si può dire che il nostro incontro dell’anno scorso ha aperto un nuovo capitolo verso il miglioramento delle relazioni”. È una frase che suona morbida, ma in diplomazia equivale a una richiesta: continuità, non solo foto.

Dall’altra parte, Carney alza l’asticella con un’etichetta pesante: “partnership strategica”. Reuters (sempre oggi 16 gennaio 2026) riporta l’idea di “risultati storici” puntando su filiere dove i due Paesi sono complementari: agricoltura, agroalimentare, energia, finanza. Traduzione: Pechino vuole mercati e legittimazione, Ottawa vuole domanda, capitali e un’uscita di sicurezza se Washington stringe i rubinetti.

Ma la partita non è un pranzo di gala. Esistono nodi concreti che bruciano: nel 2024 il Canada ha imposto tariffe su alcuni prodotti cinesi (in particolare nell’area della mobilità elettrica), denunciando distorsioni da sussidi; Pechino ha risposto con misure su prodotti agricoli canadesi, colpendo un segmento politicamente sensibilissimo. E infatti la normalizzazione, qui, significa soprattutto una cosa: riaprire canali di negoziato per evitare che il commercio resti ostaggio di vendette incrociate.

C’è poi la dimensione “industriale” del viaggio. L’Associated Press del 16 gennaio 2026 ricostruisce una missione costruita anche per i grandi gruppi: Carney ha incontrato manager e colossi cinesi (tra cui Alibaba, CNPC e CATL), con un messaggio da manuale: investimenti sì, ma dentro regole “più prevedibili”. Non è un dettaglio: quando un premier porta nel carnet anche l’agenda economica, vuol dire che cerca risultati misurabili, non soltanto distensione.

Ed eccoci al punto politico: perché chiamarla mossa anti-Trump non è un’esagerazione, ma una lettura coerente. Il Financial Times di oggi descrive il viaggio come parte di un piano di diversificazione del commercio canadese in un mondo “disruptivo”, dove la linea americana può diventare rapidamente un costo. È qui che la Cina torna utile: non come alleato, ma come leva. Ottawa resta un pilastro del campo occidentale, però manda un segnale: se gli Stati Uniti alzano muri, il Canada si attrezza.

Naturalmente, nessuno a Ottawa userà la formula “anti-Trump” in conferenza stampa. La diplomazia preferisce eufemismi: “riduzione del rischio”, “diversificazione”, “pragmatismo”. Ma la sostanza è la stessa. E Pechino lo capisce benissimo: ogni visita di questo livello, oggi, è un trofeo narrativo contro l’idea di isolamento. Per questo insiste sul concetto di svolta e sul recupero di un rapporto “stabile”.

Il vero banco di prova, adesso, non è il protocollo: è ciò che succede dopo. Se i dossier tariffari si sbloccano, se i canali politici diventano permanenti, se la cooperazione economica produce accordi e numeri, allora la visita di Carney sarà ricordata come l’inizio di un nuovo equilibrio. Se invece resterà un gesto senza seguito, sarà solo un messaggio temporaneo a Washington. Un messaggio che, comunque, è già arrivato: il Canada non vuole più dipendere da un’unica capitale.

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