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Big Oil diffida di Trump: garanzie o niente soldi in Venezuela

- di: Bruno Coletta
 
Big Oil diffida di Trump: garanzie o niente soldi in Venezuela
Big Oil diffida di Trump: garanzie o niente soldi in Venezuela
Tra licenze, espropri e conti “blindati”, i colossi Usa chiedono certezze prima di rimettere piede nell’oro nero di Caracas. 

Se Donald Trump pensava di convincere le major con uno slogan e un paio di strette di mano, si è scontrato con l’istinto di sopravvivenza del settore: il petrolio ama il rischio calcolato, non l’azzardo. E infatti, dietro le quinte, i grandi gruppi statunitensi avrebbero messo sul tavolo una richiesta molto semplice: prima di investire in Venezuela servono garanzie legali e finanziarie che non svaniscano al primo cambio di vento politico.

La sintesi, in due parole, è diventata un mantra nelle ricostruzioni di queste ore: "garanzie serie". Tradotto: protezioni scritte, meccanismi di compensazione, coperture contro il rischio sanzioni, e soprattutto una cornice che impedisca di ritrovarsi domani con impianti bloccati, pagamenti congelati e tribunali come unico giaciglio.

Il punto è che Washington sta provando a trasformare il dossier venezuelano in un’operazione-energia ad alto impatto: più barili verso gli Stati Uniti, più leva geopolitica sul Paese, e la promessa – politicamente spendibile – che i flussi di denaro non finiscano dove non devono finire. Ma per le compagnie il diavolo non sta nei comunicati: sta nelle clausole.

Secondo le ricostruzioni circolate tra stampa economica e agenzie internazionali, i vertici di grandi società – con in testa Chevron e con la possibile presenza di Exxon Mobil e ConocoPhillips – avrebbero chiesto un pacchetto di tutele prima di impegnare capitali veri. Perché un conto è spedire tecnici e riavviare un pozzo; un altro è investire miliardi in un Paese dove, in passato, le concessioni sono diventate carta straccia e gli asset stranieri sono finiti in contenziosi infiniti.

Qui entra in scena la memoria lunga del settore: le espropriazioni e le nazionalizzazioni di circa due decenni fa restano una cicatrice aperta. Diverse aziende hanno rivendicazioni e arbitrati alle spalle: prima di firmare nuovi impegni, vogliono capire come (e se) l’amministrazione intenda mettere in sicurezza il rischio di ritrovarsi di nuovo “senza chiavi di casa”.

In questo quadro, Chevron è il caso più delicato e, insieme, più rivelatore. È l’unica big americana con un piede già dentro, grazie a una licenza rilasciata dalle autorità statunitensi che le consente di operare in progetti già esistenti con la compagnia statale PDVSA, ma dentro paletti stringenti. Ora, mentre la Casa Bianca alza la posta sul Venezuela, la società starebbe discutendo una possibile proroga o estensione di quell’autorizzazione: senza licenza, non si produce; senza produzione, non c’è “piano” che tenga.

Perché la licenza è il vero interruttore del sistema: le sanzioni americane sul Venezuela non sono uno sfondo, sono l’impianto elettrico. L’ufficio che le gestisce, l’OFAC del Dipartimento del Tesoro, può autorizzare (o vietare) transazioni e attività, e il mercato lo sa: un investimento senza copertura normativa è un investimento pronto a saltare.

Da qui la richiesta di “blindare” anche la parte finanziaria. Nelle ultime ore è circolata l’idea – attribuita a esponenti dell’amministrazione – che le vendite e gli incassi legati al petrolio venezuelano possano essere gestiti sotto controllo statunitense e con ricavi instradati in conti sorvegliati. Una costruzione che, sul piano politico, serve a dire: non stiamo “regalando ossigeno” a chi non vogliamo sostenere. Sul piano industriale, però, apre un’altra domanda: chi garantisce tempi, regole, e certezza dei rientri?

Il paradosso è tutto qui: Trump vuole velocità, le compagnie chiedono prevedibilità. Washington parla di barili e leva geopolitica, i consigli di amministrazione parlano di compliance, assicurazioni, contenziosi e reputazione. E se la politica è fatta di annunci, l’energia è fatta di contratti. Soprattutto quando si parla di un Paese con infrastrutture logore, investimenti arretrati e una filiera che richiede anni – non settimane – per tornare a regime.

C’è poi il capitolo “mercato”: l’idea di convogliare volumi significativi verso gli Stati Uniti (si è parlato, in varie ricostruzioni, di decine di milioni di barili) mette in movimento anche interessi a valle, dalle raffinerie alle società di trading. Ma nessuno vuole essere l’ultimo a scoprire che le regole cambiano mentre la nave è già in mare.

Il risultato è un messaggio che, per una volta, suona unanime: il settore non si innamora della politica. La valuta che accetta si chiama certezza del diritto. E se non arriva, l’oro nero venezuelano resterà un trofeo agitato nei discorsi, più che un cantiere vero nei bilanci.

In altre parole: le Big Oil non stanno dicendo “no” al Venezuela. Stanno dicendo “non così”. E a Trump stanno recitando, con un sorriso professionale, la regola d’oro dell’industria: "prima le garanzie, poi i pozzi".

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