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Bankitalia vede il Pil 2025 a +0,6%: servizi e Pnrr salvano il quadro

- di: Vittorio Massi
 
Bankitalia vede il Pil 2025 a +0,6%: servizi e Pnrr salvano il quadro

Un quarto trimestre “in salita controllata”: la spinta arriva dal terziario e da un’industria che rialza la testa. Ma sullo sfondo restano i nodi di manifattura, debito e incertezza globale.

L’istantanea scattata da Banca d’Italia nel Bollettino Economico n. 1/2026 racconta un’Italia che chiude il 2025 senza strappi ma senza frenate brusche: nel quarto trimestre l’attività avrebbe continuato a crescere a ritmo moderato, sostenuta soprattutto dai servizi — con un’accelerazione nei servizi alle imprese — e da un recupero dell’industria.

La previsione chiave resta la stessa: Pil 2025 a +0,6%. Una cifra che, letta da vicino, è meno “fredda” di quanto sembri: dentro c’è una domanda interna che regge, c’è un cantiere di investimenti che continua a muoversi e c’è anche l’effetto di un credito che smette di fare il braccino corto. Il messaggio, tradotto in linguaggio non-bancario, suona così: crescita piccola, sì, ma con più di un motore acceso.

Il punto di svolta, nel racconto di via Nazionale, sta nella combinazione tra condizioni finanziarie non peggiorate e leva pubblica: incentivi fiscali e misure collegate al PNRR continuano a spingere gli investimenti. Non è un dettaglio: quando i consumi sono prudenti e l’export alterna sprint e pause, gli investimenti diventano il “ponte” che impedisce all’economia di appiattirsi.

Nel Bollettino, la traiettoria prosegue anche oltre l’orizzonte immediato: le proiezioni macroeconomiche diffuse a dicembre (esercizio coordinato dell’Eurosistema) indicano +0,6% anche nel 2026, con un rafforzamento graduale nel biennio successivo. In sintesi: niente boom, ma l’idea di una lenta ricostruzione di slancio, se gli shock esterni restano sotto controllo.

Ed è proprio qui che spunta l’asterisco più ingombrante: la manifattura. Banca d’Italia segnala prospettive ancora incerte, anche per l’intensificarsi della concorrenza cinese in diversi comparti. È un avvertimento che parla a molte filiere: l’Italia può reggere con i servizi, ma senza un’industria in equilibrio il passo rischia di restare corto più del previsto.

Sullo sfondo, la cornice monetaria non cambia rotta all’improvviso: la BCE (riunioni di ottobre e dicembre) ha mantenuto i tassi invariati e, tra agosto e novembre, il costo del credito sarebbe rimasto sostanzialmente stabile. Nel Bollettino emerge anche un dato politico-economico non banale: i finanziamenti alle famiglie avrebbero accelerato, in particolare per l’acquisto di immobili, mentre il credito alle imprese mostra segnali di miglioramento più nei servizi che nella manifattura. Tradotto: chi produce beni fatica ancora a convincere il mercato che il peggio è alle spalle.

Anche l’inflazione, in questa storia, è un personaggio che abbassa la voce. Banca d’Italia descrive un quarto trimestre con prezzi su livelli bassi rispetto all’area euro, complice una dinamica più moderata dei servizi e un calo più pronunciato dell’energia. La proiezione citata nel Bollettino vede l’inflazione al consumo in rallentamento nel 2026 e poi in graduale risalita verso fine orizzonte, anche per l’effetto della nuova normativa europea ETS2 sui costi energetici: un promemoria che la discesa dei prezzi non è una linea retta.

Sul fronte estero, via Nazionale registra un avanzo di conto corrente ancora elevato e acquisti esteri di titoli pubblici italiani proseguiti, pur a ritmo più contenuto. È un tassello che dà ossigeno alla narrazione: una posizione sull’estero più solida riduce la vulnerabilità, ma non elimina il tema centrale, quello della finanza pubblica.

Ed eccolo, il tema che pesa più del resto: deficit e debito. Nel Bollettino, Banca d’Italia indica che nel 2025 il rapporto deficit/Pil (indebitamento netto) sarebbe sceso, mentre il debito pubblico sarebbe comunque aumentato. È la fotografia di un Paese che prova a migliorare il saldo, ma continua a portarsi dietro il macigno dell’accumulo: se cresci poco, anche un debito che “sale di meno” resta un problema grande.

La stessa sezione sulla finanza pubblica richiama inoltre l’impatto delle scelte di bilancio: la legge approvata a dicembre mantiene il disavanzo del 2026 in linea con la legislazione previgente e lo aumenterebbe nel biennio successivo. È un passaggio che, nel dibattito politico, diventa inevitabilmente materia di interpretazioni: sostegno alla crescita o rischio di minore credibilità? Dipende da come si incastrano crescita effettiva, costo del debito e regole europee.

Nel frattempo, fuori dai palazzi, il quadro congiunturale di fine 2025 ha mostrato segnali alterni. ISTAT ha indicato, nelle prospettive di dicembre, una crescita più contenuta per il 2025 rispetto alla lettura di via Nazionale, con un rimbalzo più visibile nel 2026. E diverse letture internazionali mettono in fila gli stessi fattori: export meno affidabile, domanda interna che regge ma non decolla, industria che oscilla tra ripartenze e ricadute. In altre parole: non basta evitare la recessione per sentirsi al sicuro, serve ritrovare velocità.

La sintesi, alla fine, è un equilibrio delicato. L’Italia entra nel 2026 con una crescita prevista moderata ma non fragile, se gli investimenti restano sostenuti e se il terziario continua a fare da “ammortizzatore” del ciclo. Ma la partita vera è doppia: trasformare la spinta del PNRR in produttività e, allo stesso tempo, impedire che il debito diventi il freno permanente di qualunque accelerazione.

"Crescere poco è già un rischio; crescere poco con debito in salita è un rischio doppio" — è la morale che si può leggere tra le righe del Bollettino: non un allarme rosso, ma una richiesta di continuità e scelte chirurgiche. Perché lo 0,6% non è una promessa: è una soglia da difendere, trimestre dopo trimestre.

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