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Banco BPM al bivio: “UniCredit, decidi o rinuncia”

- di: Jole Rosati
 
Banco BPM al bivio: “UniCredit, decidi o rinuncia”
Tononi e Castagna incalzano Orcel sull’OPS congelata, mentre il governo impone vincoli durissimi e Crédit Agricole prende tempo. Tensione altissima, valore in ballo: 13 miliardi.
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La pazienza è finita. Banco BPM, sotto la guida congiunta del presidente Massimo Tononi e dell’amministratore delegato Giuseppe Castagna (foto), lancia un ultimatum pubblico e diretto a UniCredit. “Chiarisca se intende andare avanti o ritirarsi”, tuonano i vertici di Piazza Meda, mettendo fine alla fase dell’ambiguità diplomatica. L’assemblea degli azionisti, riunita a Milano, si è trasformata in un palco di sfogo per una frustrazione che da mesi cova sotto la cenere.
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Un’offerta a senso unico
L’offerta pubblica di scambio (OPS) lanciata da UniCredit il 28 marzo — 0,175 azioni UniCredit per ogni azione BPM — è stata fin da subito accolta con freddezza. Secondo Banco BPM, si tratta di un’operazione squilibrata: “Va a vantaggio solo degli azionisti di UniCredit e a scapito dei nostri”, ha ribadito Castagna. Il nocciolo della questione è la redistribuzione del valore. I conti presentati dall’AD sono netti: BPM contribuirebbe per il 18% agli utili del nuovo gruppo, ricevendo però solo il 14% del capitale e delle sinergie, con una “perdita secca di circa 2,4 miliardi per i nostri soci e una creazione di valore per UniCredit di oltre 7,5 miliardi”.
In altre parole, per Banco BPM l’OPS è un cavallo di Troia: una proposta formalmente allettante, che però svantaggia strutturalmente l’oggetto della fusione.
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Golden power: il governo cambia le carte in tavola
A rendere ancora più tossico il dossier è intervenuto il governo Meloni, che ha esercitato il golden power con una serie di condizioni che, di fatto, paralizzano l’operazione. Tra le richieste più significative imposte a UniCredit:
l’uscita dalla Russia entro nove mesi;
il mantenimento del rapporto prestiti/depositi di Banco BPM per almeno cinque anni;
vincoli sulla gestione di Anima Holding, la società di gestione del risparmio coinvolta indirettamente nell’operazione.
Secondo fonti vicine al governo, il timore è che un’aggregazione bancaria di questa portata — con una parte dell’attività di UniCredit ancora legata alla Russia e con forti interessi esteri — possa “snaturare” il controllo nazionale sul risparmio. Un tema che, in tempi di guerra e instabilità geopolitica, diventa incandescente.
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Il silenzio di Orcel, la rabbia di BPM
In questo contesto, l’atteggiamento attendista di UniCredit ha esasperato i toni. L’amministratore delegato Andrea Orcel ha chiesto un nuovo confronto con Palazzo Chigi, che però non ha ancora risposto formalmente. Il risultato è un limbo pericoloso: il mercato attende, ma senza sapere che direzione prenderà uno dei più grandi deal bancari italiani degli ultimi anni.
“Ci sono condizioni di efficacia che non si sono realizzate e non si realizzeranno più”, ha detto seccamente Tononi, riferendosi alla mancata concessione del Danish Compromise da parte delle autorità europee (un meccanismo contabile che avrebbe favorito UniCredit), al prezzo su Anima mai alzato, e ovviamente ai paletti imposti dal governo. “Non ci sono altre opzioni. Devono prendere una decisione definitiva, comunicarla a noi e al mercato, che ha diritto a chiarezza”, ha aggiunto.
Castagna è stato ancor più diretto: “UniCredit deve dire se le decisioni del governo rendono possibile o meno la loro offerta. Basta incertezze”.
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Unicredit sulla difensiva, il mercato punisce
L’atteggiamento di UniCredit è difensivo. La banca ha fatto sapere di voler approfondire l’impatto delle condizioni imposte da Roma prima di decidere se procedere. “L’impossibilità di una valutazione pienamente informata ci impedisce, al momento, di prendere una decisione definitiva”, ha comunicato la banca guidata da Orcel, senza però fornire una tempistica concreta.
Nel frattempo, il mercato ha già espresso il suo giudizio. Il valore dell’offerta è oggi inferiore di quasi 800 milioni rispetto alla capitalizzazione corrente di Banco BPM, un segnale inequivocabile di sfiducia. Il 30 aprile, in una giornata negativa per tutto il comparto bancario, UniCredit ha perso il 2,8% in Borsa, BPM l’1,9%. Peggio hanno fatto solo Mps (-2,8%) e Mediobanca (-2,1%).
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Il ruolo chiave di Crédit Agricole
A rendere la partita ancora più complicata è il ruolo di Crédit Agricole, primo azionista di Banco BPM con una quota del 19,8%. Il gruppo francese non si è ancora espresso sull’OPS e, secondo indiscrezioni raccolte, non sarebbe particolarmente favorevole alla proposta di UniCredit. Il CEO Philippe Brassac, in un’intervista a Les Echos, ha dichiarato: “Stiamo valutando attentamente. Decideremo nelle prossime settimane”.
L’atteggiamento prudente dei francesi lascia intuire che, se l’operazione dovesse continuare, potrebbe comunque dover fare i conti con un fronte ostile.
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Tra incertezza e strategia: il tempo stringe
Il calendario dell’OPS parla chiaro: l’adesione scade il 23 giugno, ma UniCredit può ritirarsi fino al 30 giugno. Se non ci saranno sviluppi nei prossimi 30-40 giorni, lo scenario più probabile sarà il ritiro dell’offerta. Un epilogo che Banco BPM sembra quasi auspicare, convinta che i presupposti politici, economici e industriali non ci siano più.
Castagna ha infine mandato un messaggio al Paese: “Non si può trattare allo stesso modo una banca interamente italiana e un gruppo con il 65% del business all’estero. Il golden power non è un capriccio, ma un atto di responsabilità”.

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