Attacchi di panico
L'altra faccia del Coronavirus

- di: Paolo D’Alessandro
 
Quando ci sentiamo in pericolo, per un periodo di tempo prolungato e con un’intensità alla quale non riusciamo ad adattarci, entriamo in quella che viene solitamente definita ansia. Sentirsi in pericolo è per lo più una questione soggettiva, al punto che in una stessa situazione una persona mostra paura mentre un’altra no. Inoltre la paura è spesso irrazionale come dimostra l’esempio delle fobie specifiche (un serpente, un topo o uno scarafaggio possono fare paura a una persona ma non a un’altra, anche senza che ci sia un vero pericolo). Oggi, in tutto il mondo, assistiamo ad un pericolo oggettivo e reale. L’ultimo Coronavirus, il COVID-19, è una minaccia tangibile, sia per la nostra salute che per la nostra economia, entra nelle nostre case attraverso i media, ci costringe a cambiare abitudini di tutta la vita e arriva perfino a uccidere alcune tra le persone intorno a noi. Questo fa salire il livello di ansia di tutti, non soltanto di coloro i quali si trovano in condizione di dover convivere con il possibile contagio. Se per alcune categorie di persone come il personale sanitario e i commessi delle farmacie e dei negozi che devono restare aperti si tratta di dovere affrontare una insolita quantità di stress, anche per la maggior parte delle persone, che devono stare a casa e rinunciare a uscire, devono combattere una lotta quotidiana con un nemico invisibile che sanno di non poter sottovalutare. Già pochi mesi fa, nella situazione pre-virus, per molti, se non per tutti, la vita era complicata. Lo stress e la nostra incapacità di gestirlo, il nostro rifiuto di accontentarci di quello che abbiamo, le crisi finanziarie e la preoccupazione per la salute hanno sempre influito sulla nostra tranquillità, al punto che, quando l’ansia cresceva troppo, di tanto in tanto o spesso, qualcuno cominciava a soffrire di veri e propri attacchi di panico. E allora cosa succede se il Paese si ferma e i media cominciano a snocciolare le cifre sui morti come in un bollettino di guerra? Cosa succede se la vita non può più proseguire come prima, perché sono state prese misure così straordinarie che sembra di stare in un film di fantascienza distopica? Che tipo di impatto psicologico può avere sulle persone che si preoccupano per le conseguenze future di una nuova crisi economica? Quando niente intorno a noi sembra essere come era prima, quando si vedono le strade, che fino a pochi giorni prima erano piene di traffico, con i negozi chiusi e i supermercati vuoti, tutto sembra surreale e la cosa fa impressione. Questo modo di vedere ciò che ci circonda, il fatto di percepire la realtà in un modo che non riconosciamo perché non fa parte del nostro bagaglio di conoscenze, ci trasmette una sensazione strana, che ci fa allarmare. Gli psicologi chiamano questa sensazione derealizzazione. Questa è una sensazione tristemente nota a coloro i quali soffrono di ansia, che è spesso associata al Disturbo di Panico. In una situazione come quella odierna, insomma, non è troppo facile distinguere uno stato di emergenza vero e proprio (si ha la sensazione che ci sia qualcosa che non va, in un certo posto se all’improvviso è deserto e immediatamente si pensa che forse è meglio andarsene al più presto) da uno stato immaginario (il nostro cervello ci dà l’illusione che il momento che stiamo vivendo non sia reale e si prova uno stato di confusione che dà la sensazione di una perdita di controllo), quindi il passaggio allo stato di allarme può diventare quasi automatico. La preoccupazione di non sapere come andranno a finire le cose, trovarci di fronte all’incertezza finanziaria, dover disinfettare tutto, essere nell’impossibilità di sapere se il nostro vicino di casa sia entrato in contatto con un portatore sano del virus e di conseguenza se lo è diventato a sua volta, tutto questo non fa altro che aumentare il nostro livello di quello che gli psicologi chiamano arousal, cioè lo stato di allerta, con la conseguenza che questo presto si muta in stress e quindi ansia. Cosa fare in questi casi? La risposta non è molto diversa da quella che si sarebbe potuto dare prima del gennaio 2020. Innanzitutto bisogna cercare di razionalizzare. Ci sono una serie di accortezze da rispettare, ovvero nuove abitudini da imparare. Come quando si impara qualsiasi cosa nuova, anche in questo caso inizialmente prestare consapevolmente attenzione a tutti gli accorgimenti necessari per evitare il contagio può essere faticoso e stressante. In fondo anche quando si impara un’attività come andare in bicicletta o nuotare si possono affrontare pericoli, reali o immaginari, come pensare di cadere e rompersi un braccio o immaginare di bere acqua di mare e affogare. Eppure si razionalizza. Ovvero si pensa che in qualche modo quello stesso processo di apprendimento è qualcosa attraverso cui sono già passate molte persone e presto o tardi hanno imparato tutte. Ebbene, gestire la nuova situazione (rispettare l’isolamento, la distanza nei negozi, i guanti e le mascherine, la disinfezione dei prodotti acquistati, ecc.) può richiedere un tipo di attenzione al dettaglio che, finché non ci saremo abituati, porterà sicuramente molto stress, e non ci abitueremo finché non accettiamo il nuovo (temporaneo) stato delle cose. Perché per superare qualsiasi cosa, anche la più avversa, bisogna prima poter accettare lo stato delle cose così com’è. Se un problema non lo si riconosce in quanto tale non si può cominciare a risolverlo. Nella situazione attuale, dunque, bisogna sforzarsi di vivere il momento presente al meglio, non immaginare illusoriamente che il pericolo non ci sia o sognare il momento in cui l’emergenza sarà finita. In altre parole non ha senso evitare di prendere tutte le precauzioni che ci vengono imposte, perché il pericolo è reale, ma nello stesso tempo bisogna prendere il positivo della cosa, restare rilassati rispettando le regole e le limitazioni e godersi i momenti che prima davamo per scontati, per esempio, o incominciare qualcosa, per noi o per le persone per noi significative, che prima non avevamo mai neppure preso in considerazione. Ogni cosa ha lati positivi e negativi, si tratta solo di imparare a porre l’attenzione dove scegliamo di farlo.
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