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Caivano è in Italia, Caivano è l'Italia

- di: Bianca Balvani
 
Caivano è in Italia, Caivano è l'Italia
Le orrende vicende che hanno avuto come teatro una zona degradata di Caivano sono un monito per chi, nella consapevolezza che quel quartiere è una bomba sociale, ancor prima che criminale, non ha saputo o potuto (o persino voluto) agire, forse nella speranza di un miracolo o, più pragmaticamente, che il torrente del male, che scorre impetuoso, possa inaridirsi nel tempo per un naturale processo di rinascita. Non è così, perché per troppo tempo lo Stato si è fermato davanti ai palazzoni di Caivano, non perché non siano state fatte operazioni, arresti e sequestri, ma perché, come una idra o la fenice, il crimine rinasce quando pensi d'averlo sconfitto. Se c'è un branco di ragazzini che approfitta di due bambine è anche perché le vittime delle violenze non hanno avuto accanto, per proteggerle dal mondo, una famiglia capace di capire i pericoli prima che diventassero realtà. Due bambine che sono state le vittime di un orco, composto da una banda che, priva di scrupoli o regole morali, ha fatto quel che ha fatto godendo del senso di impunità ereditato dal vedere che i ''grandi'' delinquono tranquillamente, mettendo benzina criminale nel motore di centinaia di famiglie.

Quando notizie come quella delle sevizie riservate alle due bambine occupano le prime pagine dei giornali e i servizi di apertura dei Tg, il canovaccio è purtroppo lo stesso: reazioni sdegnate, analisi affidate a sociologi e criminologi, promesse di fare questo e quello, urli, improperi, minacce. Poi, quando il clamore perderà di forza e sarà sostituito da quello per altre vicende di cronaca, tutto sarà dimenticato, restando nelle mani di chi - forze dell'ordine e magistratura - ha avuto dallo Stato il mandato di farne rispettare le regole. Tutto come prima, in attesa del prossimo episodio. Vorremmo però, prendendo spunto dalle vicende di Caivano, fare delle considerazioni che saranno pure scontate, ma che dovrebbero essere sempre ben presenti per evitare (come pure qualcuno sembra fare anche in queste ore, strumentalizzando l'accaduto) che la violenza divenga un pretesto per parlare d'altro. 

Il tema comune, qui, non è - come pure a qualcuno conviene affermare - un fatto meramente geografico o di contesto sociale degradato, ma la mancanza di quell'eredità valoriale che dovrebbe accompagnare il formarsi di giovani vite, che non possono alimentarsi di miti negativi, di esempi distorti e guardati attraverso la lente deformante dell'effimero denaro. Purtroppo, senza volere cadere nel melodrammatico, Caivano è solo un capitolo del libro che raccoglie questi episodi, che non sono il sintomo di un malessere ancorato a un territorio, ma a una generazione (forse sono già due) che vede solo nella violenza la strada per affrancarsi: dalla povertà, dal disagio, da una famiglia in cui non si riconosce. Caivano ha fatto e sta facendo clamore per le modalità della violenza, ma, così come insorgiamo oggi, dovremmo farlo anche quando, ad esempio, in altri luoghi e regioni, bande di giovinastri esercitano la violenza come pratica quotidiana, colpendo il debole che viene visto come il diverso da cancellare. Oppure quando ragazzi utilizzano i social per definire modelli di vita che sono sganciati dalla realtà, anche se loro non lo capiscono.  

Bene ha fatto, quindi, il presidente del consiglio ad accettare l'invito di don Patricello, prete di frontiera e, soprattutto, uomo di coraggio, a recarsi a Caivano. Speriamo che Giorgia Meloni eviti le trappole di eventi come questi. A cominciare dal pericolo di cadere nella trita ritualità delle visite, come quella che si appresta a fare, in luoghi diventati loro malgrado dei simboli. E, soprattutto, non resti preda del meccanismo emotivo di promettere null'altro che la sua attenzione e il suo impegno, che sarebbero tantissimo per una terra di confine. Come Caivano, Italia.
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