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All'ombra del Covid-19 riparte il progetto della Superleague europea

- di: Diego Minuti
 
C'è chi, come i giganti delle vendite on line, sta facendo affari d'oro approfittando delle limitazioni che la pandemia da Covid-19 sta comportando per moltissimi Paesi. È una cosa facile da capire: stare in casa ha imposto di cercare di fare acquisti con chi è in grado di consegnarti la merce sino a casa. E non vale solo per abiti o articoli vari, ma anche per il cibo. È, per dirla con termini quasi tecnici, una rimodulazione delle proprie propensioni all'acquisto in base a regole che prima non c'era. E questo, lo sanno gli esperti di marketing, non resterà circoscritto al periodo d'emergenza perché il cliente, una volta padrone del meccanismo d'acquisto on line, difficilmente lo cancellerà dal suo pacchetto di esperienze.

Quindi, un particolare segmento del commercio ha, per come è naturale e forse anche giusto, approfittato della pandemia per allargare la platea di clienti che si spera possano essere fidelizzati. Ma c'è anche chi, dalla crisi, pur essendone comunque toccato, sta facendo tesoro per costruirsi un futuro che possa dilatare i già enormi guadagni.

Il ''chi'' in questione non è un singolo, ma almeno sei, tanti quanto sono i grandi club di football britannici che, delineando uno scenario economicamente devastato dalle perdite da pandemia, stanno definendo una nuova architettura del calcio in terra britannica, con un ulteriore processo di affinamento del settore, che già trent'anni fa fece un enorme passo in avanti con il varo della Premier league, ad oggi il campionato che inietta, nelle cassi di chi vi partecipa, il maggiore flusso di introiti al mondo.

Il club dei “Big Six” comprende Manchester United, Liverpool, Manchester City, Chelsea, Arsenal e Tottenham, ai quali potrebbero affiancarsi - in base a parametri che tengono conto di tradizione, introiti e qualità della organizzazione - anche Everton, West Ham e Southampton. Nove club che rappresenterebbero le due anime del football d'oltre Manica, con la partecipazione con dei club più rappresentativi della Londra metropolitana e con quella dei più forti del resto della Gran Bretagna.

Un primo assaggio del calcio che verrà (almeno nelle speranze dei suoi promotori) è stato il "Project Big Picture", reso pubblico l'11 ottobre e che ha avuto come ''frontmen'' Manchester United e Liverpool. Un progetto che, fatte salve le lamentazioni per le perdite dovute al coronavirus, ha ufficializzato la struttura che, nella testa chi l'ha elaborato, dovrebbe avere il calcio professionistico d' eccellenza (Premier league) e quello delle serie inferiori (quelli della English Football League), per catalogazione e non certo per il tifo che l'accompagna.

I grandi club hanno dato con una mano, stendendo l'altra per ottenere qualcosa in cambio.
Quindi, da un lato la costituzione di un fondo da 250 milioni di sterline (quasi 275 milioni di euro) per le società dell'Elf e la promessa che, in futuro, un quarto dei lauti ricavi dalla cessione dei diritti televisivi sia messo a disposizione delle serie inferiori.
Poi, però, ci sono state le pressanti richieste per ridefinire la Premier League e i suoi insensati calendari. Quindi: riduzione delle squadre della Premier dalle attuale venti a 18, con la modifica del meccanismo di retrocessione e promozione; abolizione di due delle competizioni oggi in calendario, la Carabao Cup (la Coppa di Lega) e il Charity Shield (che, ad inizio stagione, viene assegnato, con una partita secca, tra i vincitori della Premier League e della Fa league.

Il progetto però non è stato accettato, anche perché prevedeva la costituzione di un direttorio a nove (i ''Big Six'' più gli altri tre club più forti) che sarebbe intervenuto con voto vincolante nella governance della Premier League. Per semplificare: oggi perché le decisioni vengano adottate occorrono i voti di 14 delle 20 società; con il progetto, sarebbero bastati quelli dei “Big Six”.
Il progetto, il 14 ottobre, è stato cassato, ma il voto contrario non ha certo spento gli ardori revisionisti dei club più ricchi, che sono stati quasi accusati da quelli minori di avere tentato un golpe in piena regola per impadronirsi della Premier.

Il secco ''no'' al progetto non ha però fatto arretrare i club più potenti, Tanto che, pochi giorni fa, Sky News ha rivelato che Liverpool e Manchester United stanno lavorando non più in ottica britannica, ma per varare una Superleague europea (in Italia guardata con interesse dalle società più forti). Una formula che dovrebbe tradursi in un torneo chiuso, probabilmente col meccanismo del professionismo sportivo americano che si basa sulle franchigie, senza retrocessioni e con un eventuale allargamento solo per quei club che dovessero dimostrare, nel tempo, una struttura tecnica e finanziaria solida. Anzi di più.

Non è certo una novità che si parli di una ''Superleague'' a carattere continentale. Quando è accaduto in passato, il risultato è stato che i club più ricchi hanno aumentato il potere di contrattazione con l'Uefa. A volere anticipare la struttura che potrebbe avere il nuovo torneo continentale, si potrebbe pensare che vi possano partecipare, insieme ai sei club di prima fascia britannici, quelli più importanti e storici del resto d'Europa.

Quindi, Real Madrid e Barcelona, per la Spagna; Bayern Monaco; per la Germania; la Juventus, per l'Italia. Insieme a loro, per diritto acquisito non in base al passato, ma per la potenza economica che lo sostiene, ci potrebbe essere il Paris Saint-Germain. La caselle libere potrebbero essere occupate in base a criteri di selezioni che tengano conto della solidità dei club e della loro storia. Quindi, a lume di naso, all'Italia potrebbero toccare altre due squadre, con l'Inter ed il Milan in pole position.

Un progetto del genere (quando è ancora prematuro a quali potrebbero essere gli introiti della cessione dei diritti televisivi) ha dei costi preventivati e pare, secondo quello che scrive Jèrome Latta, editorialista di Le Monde, che i finanziatori si siano fatto già avanti. Come la banca americana JP Morgan e altri investitori pronti a mettere sul piatto sei miliardi di dollari.
Questo progetto, però, qualche dubbio lo fa sorgere perché la sua definizione a grandi linee, l'incertezza sul ruolo della Fifa nei riguardi della Uefa (che sarebbe la grande sconfitta dalla nascita di una Luperleague europea) e il mistero che circonda il board degli investitori certo non danno certezze. Piuttosto lasciano pensare che sia un ennesimo escamotage di alcuni club britannici di accrescere il loro già enorme potere quando si siedono al tavolo per la spartizione dei (molti) introiti derivati dalla partecipazione alla Premier. Che, per la crisi da Covid-19, si sono ridotti per tutti, rendendo interessante andare a cercare laddove in Gran Bretagna non si può più avere.

In un momento in cui la "piramide" del calcio minaccia di crollare, come in Inghilterra, non sorprende che fondi privati o statali e miliardari stiano cercando di staccarne la sommità per proteggere i loro investimenti.
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