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Violenza sessuale: la Cassazione cancella l’assoluzione, “il tempo di reazione è irrilevante”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Violenza sessuale: la Cassazione cancella l’assoluzione, “il tempo di reazione è irrilevante”

Con una decisione destinata a fare giurisprudenza, la Corte di Cassazione ha annullato la doppia assoluzione di un ex sindacalista accusato di violenza sessuale, affermando che il tempo impiegato dalla vittima per denunciare o reagire “non può essere ritenuto elemento di inattendibilità”. È una svolta interpretativa che rimette al centro la complessità delle dinamiche psicologiche delle vittime e scardina una delle argomentazioni più ricorrenti nelle aule di tribunale: quella secondo cui la mancata reazione immediata invaliderebbe la credibilità della denuncia.

Violenza sessuale: la Cassazione cancella l’assoluzione, “il tempo di reazione è irrilevante”

Il caso specifico riguarda un episodio avvenuto alcuni anni fa, in un contesto lavorativo e sindacale, in cui una donna ha accusato l’allora dirigente di molestie e atti sessuali non consensuali. La Corte d’Appello aveva assolto l’imputato ritenendo poco convincente il racconto della donna proprio perché la sua reazione era stata, secondo i giudici, troppo tardiva e incoerente. Ora la Cassazione smonta quel ragionamento e restituisce centralità all’esperienza soggettiva della vittima, ordinando un nuovo processo d’appello.

La reazione emotiva non è un parametro universale


“Le vittime di violenza sessuale possono manifestare reazioni diversissime tra loro, che dipendono da molteplici fattori personali, culturali e psicologici”,
scrive la Suprema Corte nelle motivazioni della sentenza. “Non è possibile applicare uno schema di comportamento standard”. Questo passaggio assume un valore simbolico profondo, perché riconosce finalmente che il trauma non segue regole rigide. Alcune vittime denunciano subito, altre dopo mesi o anni. Alcune gridano, altre restano paralizzate. Nessuna reazione è prova, da sola, di verità o menzogna.

La decisione si inserisce in un filone giurisprudenziale recente che sta progressivamente abbandonando i vecchi pregiudizi. La Corte, infatti, richiama esplicitamente il principio della tutela piena della dignità e dell’integrità psicofisica della persona, in particolare nei casi in cui la posizione dell’imputato è caratterizzata da una relazione gerarchica o di potere rispetto alla vittima, come nei contesti lavorativi.

Il peso del contesto: lavoro, potere e paura

Nel caso specifico, la vittima era una collega subordinata dell’imputato, un dirigente sindacale con una lunga carriera alle spalle. Il rapporto di subordinazione, unito alla rilevanza pubblica della figura dell’accusato, avrebbe generato – secondo la tesi della donna – un clima di soggezione che ha ritardato la denuncia. Anche questo elemento è stato ignorato nelle precedenti sentenze di assoluzione, ora duramente criticate dalla Cassazione.

Per la Suprema Corte, è fondamentale tenere conto del contesto in cui avviene la presunta violenza: “La posizione lavorativa, il timore di ritorsioni o isolamento, il rischio di perdere il posto, sono tutti fattori che incidono sulla capacità di reazione della persona offesa e non possono essere considerati sintomi di inattendibilità”.

Le implicazioni per la giustizia e la società


La sentenza della Cassazione rappresenta uno scarto rispetto a una lunga tradizione giudiziaria che, troppo spesso, ha chiesto alle vittime di essere perfette. Pronte, coerenti, lineari. Ma la realtà è molto più sfumata, e la giurisprudenza comincia a recepirlo. Per le associazioni che si occupano di violenza di genere, questo pronunciamento è una “vittoria culturale” oltre che legale, perché riduce il rischio che le vittime vengano processate due volte: una volta in tribunale, e una nella società.

Resta però aperto il problema dell’uniformità di applicazione di questi principi. In molti tribunali italiani resiste ancora una cultura giuridica che fatica ad aggiornarsi, soprattutto nei contesti minori. Il pronunciamento della Cassazione non vincola direttamente le corti di merito, ma rappresenta un chiaro indirizzo interpretativo che sarà difficile ignorare in futuro.

Un nuovo processo e una nuova narrazione

Il caso torna dunque in Appello, ma lo fa con una cornice radicalmente diversa. Il nuovo collegio dovrà tenere conto della pronuncia della Suprema Corte e valutare le prove con un approccio più attento al trauma e meno vincolato a stereotipi comportamentali. L’esito resta aperto, ma la direzione è tracciata.

La speranza, per chi si occupa di diritti e tutela delle donne, è che questa sentenza sia l’inizio di una nuova stagione della giustizia italiana. Una stagione in cui il tempo della denuncia non sia più un ostacolo, ma uno degli indizi della complessità del dolore. Una stagione in cui si possa parlare di giustizia vera, e non solo di giustizia presunta.

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