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Usa e Onu, la ritirata dagli organismi globali cambia gli equilibri

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Usa e Onu, la ritirata dagli organismi globali cambia gli equilibri

Gli Stati Uniti stanno riducendo la loro presenza in diversi organismi internazionali, tra agenzie Onu, forum tecnici e programmi condivisi. Non è un gesto simbolico: è una scelta che incide su clima, sicurezza, cooperazione e gestione delle crisi globali. Il disimpegno americano colpisce soprattutto i luoghi dove si costruiscono regole comuni, dati scientifici e strategie multilaterali.

Usa e Onu, la ritirata dagli organismi globali cambia gli equilibri

La conseguenza è un orizzonte più stretto: meno coordinamento, più rapporti bilaterali e più competizione tra blocchi. In un mondo già attraversato da conflitti e instabilità, la ritirata Usa dagli organismi internazionali rischia di indebolire risposte collettive su emergenze climatiche, migrazioni e sicurezza digitale. E apre una domanda politica: chi riempirà lo spazio lasciato libero?

Il ritiro Usa e il peso sulle istituzioni Onu
L’uscita o la riduzione di partecipazione a piattaforme e programmi multilaterali riguarda spesso strutture poco note al grande pubblico, ma decisive nel lavoro quotidiano della governance globale. Sono i luoghi dove si definiscono standard, linee guida e priorità operative: dalla cooperazione nei conflitti ai progetti di educazione in emergenza, fino alle iniziative contro lo sfruttamento e la violenza.

Quando una potenza come gli Stati Uniti arretra, non si limita a “staccarsi” da un tavolo: riduce risorse, influenza e capacità di indirizzo. È un cambio di impostazione che mette al centro l’interesse immediato e sposta l’attenzione su ciò che è percepito come strategico nel breve periodo. Tutto ciò che richiede tempi lunghi, continuità e investimenti collettivi diventa più fragile.
La dinamica è chiara: meno multilateralismo, più selezione. Meno vincoli, più libertà di manovra. Ma anche meno strumenti condivisi per affrontare problemi che non si fermano ai confini nazionali.

Clima e scienza: cosa cambia senza un fronte comune
Il punto più delicato riguarda l’area climatica e scientifica. I tavoli internazionali sul cambiamento climatico e sulla biodiversità non sono solo luoghi di dibattito: sono architetture che producono conoscenza comune, dati comparabili, scenari e indicatori utili alle decisioni politiche ed economiche.

Sfilarsi da questi spazi significa indebolire la risposta collettiva proprio mentre gli effetti della crisi climatica accelerano. E significa anche lasciare più soli i Paesi più vulnerabili, quelli che subiscono gli impatti maggiori pur avendo meno risorse per difendersi.

In questo quadro, la questione non è solo “ambientale”: è economica, sociale, sanitaria. Perché clima e stabilità sono ormai intrecciati. E quando si rompe un meccanismo di cooperazione, aumentano i costi: per le infrastrutture, per la gestione delle emergenze, per l’energia, per la sicurezza alimentare.

Sicurezza e leadership: più bilaterale, meno fiducia
La ritirata americana non riguarda soltanto i dossier ambientali. Anche sul fronte della sicurezza internazionale e delle minacce ibride, il ridimensionamento dei canali multilaterali può produrre effetti a catena. La tentazione di gestire tutto con strumenti nazionali e accordi selettivi può sembrare più rapida, ma rischia di essere meno efficace su fenomeni transnazionali come cyber-attacchi, terrorismo, destabilizzazioni regionali e crisi umanitarie.

In sostanza, non si tratta di un’uscita di scena degli Stati Uniti, ma di una trasformazione del loro modo di stare nel mondo. Meno vincoli e meno tavoli comuni, più flessibilità e più scelta dei partner. È una leadership più difensiva che generativa, più orientata ai risultati immediati che alla costruzione di fiducia nel lungo periodo.
E in un sistema internazionale già frammentato, ridurre gli spazi condivisi significa aumentare la competizione tra potenze e lasciare più scoperti i temi che richiedono cooperazione stabile: dal clima alla salute globale, fino alle grandi crisi che si propagano oltre i confini.

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